Italia maglia nera, sei milioni non sanno né leggere né scrivere

Sorprendenti risultati di uno studio sull’istruzione

Enza Cusmai

da Milano

L’autista dell’ex sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Gambale sapeva guidare con destrezza, a Roma si destreggiava ad occhi chiusi. Più difficile muoversi fuori dalla capitale. Un giorno, in viaggio per Firenze, l’autista accusò difficoltà di orientamento. Incalzato dal politico l’uomo confessò: non sapeva leggere i cartelli.
L’esempio viene raccontato durante la presentazione di una ricerca «la Croce del Sud» messa a punto dal professor Saverio Avveduto dell’Unione nazionale contro la lotta all’analfabetismo. «L’autista - precisa Avveduto - aveva pure in tasca la licenza delle medie inferiori, ma questo significa poco. Quell’uomo, dopo aver terminato le scuole dell’obbligo non aveva fatto nulla per migliorare il suo grado, sia pur basso, di istruzione». E così da semi-analfabeta è scivolato nella categoria dell’analfabeta totale. In cui rientrano ancora quasi sei milioni di italiani, il dodici per cento della popolazione globale.
È sempre la ricerca dell’Unla sull’arretratezza e squilibri educativi che snocciola i numeri da brivido. Sembra di ritornare indietro di decenni quando il mestro Manzi insegnava agli italiani a leggere e scrivere in tv nel suo programma «Non è mai troppo tardi». Già, perché accanto ai sei milioni di persone che faticano a tenere in mano la penna, si affiancano ben 20 milioni di cosiddetti alfabeti, quelli cioè che non hanno raggiunto la licenza elementare oppure l’hanno ottenuta e si sono fermati lì. Dimenticando con gli anni quel poco che avevano acquisito molto tempo prima.
E non si pensi che il fenomeno interessi soprattutto la fascia della quarta età. Gli over 70 non sono stati neppure presi in considerazione dalla ricerca («lasciamo perdere - per carità - quella fascia di età», esclama Avveduto). Gli analfabeti selezionati dallo studio fanno parte della forza lavoro del Paese, quella inserita attualmente nella fascia produttiva, che oscilla dai 25 ai 64 anni.
E se gli analfabeti abbondano nel mondo del lavoro la quantità delle persone con un grado di istruzione medio alto non è esaltante. I diplomati sono soltanto il 25%, mentre chi ha solo la licenza della scuola media supera il 30%.
E i laureati? Diventano addirittura delle mosche bianche. Sono soltanto 4 milioni rispetto ai 53 milioni di italiani censiti, vale a dire il 7,5% della popolazione totale. Una quantità così poco significativa che piazza il nostro Paese all’ultimo posto di undici Paesi industrializzati per numero di addetti alla produzione di merci e servizi in possesso di una qualifica universitaria. Al primo posto di questa classifica Ocse spiccano gli Usa, seguiti da Belgio, Francia, Australia, Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, Corea, Spagna.
Se poi allarghiamo l’orizzonte e ci confrontiamo con i 30 Paesi più istruiti al mondo verifichiamo sconfortati che l’Italia scivola ai terz’ultimo posto della classifica. Solo Portogallo e Messico stanno peggio di noi in fatto di istruzione.
L’Italia, come sempre, si spezza in due. Anche in fatto di istruzione. Al Sud (come emerge dal grafico in alto) le regioni più ignoranti. Primeggia la Basilicata, seguita da Calabria, Molise, Sicilia, Puglia, Abruzzo, Campania, Sardegna, Umbria. Sorprende, ma non troppo, che la Calabria vanti un numero di laureati più alto della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia e del Veneto. Al Sud c’è meno lavoro che al Nord e chi se lo può permettere prosegue gli studi (spesso a sfondo giuridico o umanitario) in attesa di un provvidenziale concorso pubblico (molto gettonato quello di magistratura).
Sempre al Sud uno sguardo alle città con più di 250mila abitanti. Catania, con l’8,4%, è la città più analfabeta d’Italia, Palermo, con 7,4%, la seconda, Bari, con 6,7% la terza, Napoli, con 6,2%, la quarta.