Italia del no, perché la sinistra detesta l’Ikea? Ostacolata l'apertura dei nuovi punti vendita

Da Torino a Pisa, gli amministratori rossi ostacolano il colosso svedese che vuole aprire nuovi punti vendita. E' un danno per tutti i cittadini: per ogni magazzino boicottato vengono bruciati fino a 600 posti di lavoro

Dev’esser che loro, la sinistra da salotto, il salotto non lo arredano all’Ikea. In effetti la libreria «Billy», quella dei proletari a 49 euro e 90, a casa di Piero Fassino non te la immagini, lì ci sarà di certo un arredamento in noce e pelle umana all’altezza di Piero, che come si sa non scherza. E però chi l’avrebbe mai detto che dopo essere uscita dalle fabbriche la classe dirigente della sinistra avrebbe abbandonato la classe operaia anche in casa. Eppure. Dopo Pisa Torino, prima di Torino Padova, dopo Padova Rimini: da una decina d’anni quando arrivano gli svedesi gli amministratori «rossi» fanno le barricate.
«Un ponte per il futuro», diceva lo slogan di Giancarlo Lunardi il sindaco di Vecchiano. Sarebbe bastato un divano Ektorp. O lo scaffale Expedit, che suona meglio. Invece laggiù in quel di Pisa la giunta di Pd e sinistra varia dall’Idv a Sel passando per Rifondazione, non è riuscita ad accordarsi (non è dato sapere se con se stessa o con la giunta di simil colori in Provincia), e alla fine Ikea ha preso armi, soluzioni per il soggiorno e bagagli e ha detto addio a un progetto da 100 milioni e 350 posti di lavoro, perché sei anni di trattative passati invano sfiancherebbero il peggior tirannosauro del sindacato, figurarsi gli svedesi. Non che non ci siano abituati ormai, alle lungaggini italiane: ogni volta uno slalom fra vincoli urbanistici, piani regolatori, uffici occupazioni suolo pubblico. Ma qui non è la burocrazia, bellezza, è la politica. I paletti che a volte, da Milano a Catania, vengono abbattuti in perfetto swedish style, altrove si trasformano in palizzate inamovibili, come se il gruppo non stesse chiedendo, in ultima analisi, l’autorizzazione ad assumere dalle 250 alle 600 persone alla volta, per di più in strutture ecologicamente sostenibili, per vendere mobili low cost senza i quali un paio di generazioni di under 30mila euro l’anno mai avrebbero potuto arredare casa. Insomma le parole d’ordine della sinistra ci sono tutte. Spiegava il capo di Ikea Italia Lars Petersson che «chi lavora con noi deve aderire al nostro codice di condotta Iway: rispetto dell’ambiente, prevenzione incendi, salute e sicurezza dei lavoratori, stato a norma delle strutture; ossequio delle normative sui salari; prevenzione del lavoro minorile». Ma se li metti tutti in fila, tentati o riusciti i boicottaggi hanno tutti un’aria radical chic.
Due giorni fa la lunga diatriba pisana era appena finita niente meno che sull’International Herald Tribune come esempio della «scoraggiante via per la prosperità» dell’Italia, che è arrivata Torino a far parlare di sé per quei cinque anni di trattative al termine dei quali la Provincia ha detto no, i 160mila metri quadri nell’hinterland restano a destinazione agricola, con tanti saluti a un investimento da 60 milioni e 250 posti di lavoro. Racconta Giorgio Rocchia, consulente Ikea, che la storia sarebbe ridicola se non fosse tragica: «Siamo andati a parlare con l’allora governatore Mercedes Bresso. Era il 2006. La Regione voleva anche un parco. Così abbiamo incominciato a opzionare i terreni e il progetto è diventato di 20mila metri quadrati di sviluppo urbanistico e 80mila di parco lineare». Solo che poi le cose si sono ingarbugliate e adesso l’è tutto da rifare. Per non dire di Rimini, che oggi festeggia i fasti di cifre da traino per l’economia locale, ma che tre anni fa ha costretto Ikea a un calvario di mesi, i dipendenti ormai assunti pagati a sede ancora chiusa, i giornali che disperavano: «Gli svedesi credono ancora a Babbo Natale». Prima ancora c’era stata Padova, era il 2002 e in consiglio comunale si faceva nottata per l’ostruzionismo della sinistra contro l’invasore nordico.
Uno se l’aspetta da Giovanardi, la crociata contro i disinvoltoni svedesi, memorabile l’attacco contro lo spot «Siamo aperti a tutte le famiglie» che ritraeva una coppia gay: «Offende la Costituzione» disse, e fu rissa. Ma a sinistra non si capisce. A guardarla dal lato economico, il mercatone Ikea funziona: la domanda cresce e l’offerta risponde, facile. Sarà un meccanismo troppo da destra liberale? Sarà che le Coop del mobile protestano? Di certo, c’è che un giretto all’Ikea alla sinistra farebbe bene. Magari al reparto assemblaggio per ricostruirsi, con 12 euro e 99 ti danno l’avvitatore e porti a casa pure le viti.