Italia, il Paese dove nessuno legge, pochi comprano i libri, ma tutti li stampano

Il nuovo «Catalogo» di categoria registra per il 2009 quasi 10mila case editrici italiane: 200 in più rispetto allo scorso anno. Lo strano caso di un popolo che legge pochissimo ma che pubblica tutto. E a Milano un corso per diventare editori

L'Italia, un Paese che non finirà mai di stupire. Ha il più grande patrimonio artistico dell'intero Pianeta e - al netto dei turisti stranieri - probabilmente la percentuale più bassa al mondo di biglietti staccati nei musei. Ha alle spalle una cultura umanistica tra le più alte della storia della civiltà - da Virgilio a Dante, da Machiavelli a Leopardi - e il tasso di lettura più vergognoso d'Europa. Ha una popolazione che meno di qualsiasi altra, almeno nel continente, ha l'abitudine di comprare ogni giorno un quotidiano, e conta un numero inutilmente alto di giornali, grazie (o purtroppo) ai finanziamenti pubblici. Un Paese, soprattutto, in apparenza indifferente ai libri ma che poi sforna una miriade di editori, grandi o piccoli che siano. E - aspetto ancor più curioso - in particolare in questi tempi di crisi economica. Nel 2008 sono infatti nati in Italia, regolarmente registrati, ben 197 nuovi editori rispetto all'anno precedente. E non editori «fantasmi», ma reali e «operativi»: con un progetto editoriale e l'aspirazione di essere presenti nel maggior numero di librerie italiane (la dimostrazione è che hanno richiesto all'Agenzia ISBN almeno dieci nuovi codici per altrettante novità che intenderanno pubblicare quest'anno). Abbiamo detto 197 nuovi editori: un numero ulteriormente in crescita rispetto alle 171 new entry del 2007. Sono i dati - sorprendenti e che fanno ben sperare - forniti dal «Catalogo degli editori italiani» appena pubblicato, come ogni anno, dalla Editrice Bibliografica di Milano di cui è direttore Giuliano Vigini, uno dei massimi esperti di «cose di carta» del nostro Paese. Il ponderoso volume (strumento indispensabile per i tutti i professionisti del libro) censisce per il 2009 complessivamente 9.676 case editrici in Italia (l'edizione 2002, per fare un paragone, ne elencava 4.500), delle quali, appunto, 197 nuove. La Lombardia, come da tradizione, è al primo posto con le sue 2.031 realtà editoriali: di esse 1.155 svolgono la loro attività a Milano, dove si pubblica il 38,5% dei libri italiani (e dove si vende, è stato calcolato, quanto in otto-nove regioni del Centro-Sud messe assieme). Insomma, in Italia nessuno legge, eppure - misteriosamente - tutti pubblicano. Forse perché fare l'editore sembra molto facile, visto che non bisogna sapere fare nulla. Almeno secondo il famoso aneddoto secondo il quale l'editore non scrive libri, perché quelli li scrivono gli autori; non li stampa, perché quello lo fa il tipografo; non li vende, perché quello lo fa il libraio; e non li distribuisce alle librerie, perché quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa, l'editore? Risposta: tutto il resto. Che non è poco. E oltre a non essere poco non è per nulla facile, visto che se è vero che ogni anno nascono molti nuovi editori, parecchi di questi chiudono nel giro di qualche mese (di solito i primi a fallire sono quelli che debuttano proclamando: «Vogliamo essere una piccola Adelphi...»). L'esperienza dimostra insomma che sono poche le nuove realtà editoriali che poi riescono a rimanere sul mercato: la presenza in libreria e nei nuovi canali on line è sempre più difficile e competitiva. Ed è anche per questo che l'AIE (l'Associazione Italiana Editori, l'associazione degli editori che con circa 420 soci copre circa il 90% del mercato librario italiano) organizza a Milano il 10 e 11 marzo prossimi il corso «Come diventare editori. I primi passi per aprire una casa editrice» (www.aie.it): una full immersion in due giornate per conoscere il complesso di norme che regolano l'esercizio dell'attività editoriale, gli adempimenti previsti nel momento in cui si avvia una casa editrice, le norme seguite in materia di contratti di edizione e di normativa fiscale... Perché per leggere un libro, ci vuole poco; e molte volte anche a scriverlo. Ma per «farlo», occorre qualcosa in più della semplice buona volontà. Come si diceva una volta: «Visto, si stampi».