Italia poco «multinazionale», debutto di Enel

Italia poco globalizzata e ancora molto pubblica, nel controllo delle sue “big“ industriali. È il quadro dell’ultima indagine sulle multinazionali curata da R&S Mediobanca, che ha preso in esame i dati 2006 delle imprese internazionali più grandi del mondo (escluse banche, servizi e costruzioni) con almeno 3 miliardi di fatturato, realizzato almeno al 10% con l’export. L’Eni di Paolo Scaroni mantiene il primato italiano seguita da Fiat. Grazie all’acquisto della spagnola Endesa, Enel debutta invece al terzo posto superando Telecom e Finmeccanica. La maggiore impresa al mondo per attivo resta Toyota (209 miliardi), seguita dalla petrolifera Royal Dutch (179 miliardi) e dalla russa Gazprom (177 miliardi). Il primato della capitalizzazione di Borsa spetta alla cinese PetroChina con 466 miliardi, seguita da Exxon (347,7 miliardi).
Italia cenerentola, balza Enel. Nella classifica dei gruppi industriali del 2006 l’Eni figurava al quindicesimo posto e Fiat al trentesimo. Se si osservano i singoli settori, l’Eni nel 2007 è la nona compagnia mondiale per totale attivo (95,9 miliardi) mentre Fiat scende di un posto al dodicesimo. Fra le tlc Telecom Italia resta al decimo posto, mentre la capolista è la giapponese Ntt (101,3 miliardi). Enel balza al terzo posto, dopo Edf ed Eon, con 95,6 miliardi. Fra le criticità delle multinazionali italiane, che Mediobanca quantifica in appena 17 (cui andrebbero aggiunte quelle con sede all’estero come Ferrero, Stm o Tenaris), ci sono bassa produttività, bassi margini al di fuori dell’energia e una limitata presenza all’estero. Oltre a una ridotta incidenza sul Pil pari al 13,9% contro il 18,7% della media Ue.
Sale la produttività. Negli ultimi 10 anni sono migliorati i margini delle multinazionali. Colpisce in particolare l’aumento del valore aggiunto per dipendente del 40,5% in Europa e del 74% negli Usa mentre in Italia la crescita è stata del 31,7% a 60mila euro pro-capite. A questo non ha corrisposto un aumento del costo del lavoro: 51mila euro in Europa (+27%) e 65,5mila euro negli Usa (+63%). L’Italia con 42mila euro (+19%) è il livello più basso fra i maggiori Paesi europei. Nell’area russo-asiatica, dove i big hanno delocalizzato, i valori assoluti sono minori ma la forbice più elevata.
Più grandi ma poca ricerca. La globalizzazione gonfia la stazza delle imprese: in dieci anni è cresciuto del 59% il totale attivo per l’industria, del 78% per le tlc e del 103% per le utility. Avanzano anche la delocalizzazione produttiva e l’ingresso in nuovi mercati: la quota di occupati all’estero è salita al 58% per le imprese Usa, al 65,9% per l’Europa e al 55,3% per l’Italia. Arranca per contro la Ricerca e Sviluppo. Le spese rispetto al fatturato segnate nel 1997 sono infatti scese nel 2006 di quasi 9 punti in Usa e di 13 punti in Europa.
Petroliferi, utili boom. Le multinazionali dell’energia hanno realizzato negli ultimi 10 anni un balzo della redditività grazie alla crescita del prezzo del petrolio e al contenimento del costo del lavoro. La pressione fiscale che, pur rimanendo più alta rispetto alla manifattura, è salita in maniera contenuta.