«Italia provinciale. E Vieri perché gioca ancora?»

Tim Parks: «La squadra cerca il consenso che non ha, così cambia sede ad ogni match. Beckham fuoriclasse che sa divertirsi, Del Piero no»

Paolo Brusorio

da Milano

A Nick Hornby dovrebbe toccare l’Inghilterra (e lui per una volta metterà nell’angolo il suo Arsenal, cantato e decantato in Febbre a 90°); Dave Eggers, fuoriclasse autore della Struggente opera di un formidabile genio, si cimenterà con la nazionale del suo Paese, gli Stati Uniti; Geoff Dyer, scrittore cult inglese proverà a descrivere la Serbia. Sono solo tre dei trentadue autori (uno per ogni squadra partecipante) i cui racconti formeranno un libro che, mentre è in corsa l’asta per aggiudicarsi i diritti italiani, ha per ora un titolo inglese: The thinking fan’s guide to the world cup. Una guida ai Mondiali 2006: racconti e statistiche; parole e numeri. L’inglese Tim Parks, dall’81 residente a Verona e autore di Questa pazza fede, l’Italia conosciuta al seguito degli ultrà gialloblù, non poteva che essere abbinato al nostro Paese.
Allora Parks, da dove partirà per raccontare l’Italia?
«Dalla convivenza tra nazionalismo e provincialismo, da voi sempre più faticosa con il passare degli anni. Un aspetto che non vale solo per il calcio».
Ma di pallone parliamo, quindi...
«Quindi basta notare la reticenza e la difficoltà con cui i tifosi delle squadre provinciali amano la nazionale. A Palermo, a Udine, a Lecce si sentono più vicini alle loro squadre che alla maglia azzurra. Così la nazionale continua a cambiare sede delle proprie partite per cercare il consenso. Un’ansia tipicamente italiana».
In Inghilterrà non è così?
«Raso al suolo Wembley, la nazionale ha scelto Manchester come campo di gioco. E i tifosi non si sognerebbero mai di chiedere alla federazione di cambiare sede, vogliono che all’Old Trafford la squadra si senta come a casa».
Niente campanilismo made in Britain? Impossibile da credere.
«Esiste, esiste, ma non oscura la nazionale. E poi in Gran Bretagna non ci sono quegli squilibri culturali che da voi ancora connotano i rapporti tra nord e sud».
L’Isola dei famosi straccia la nazionale negli ascolti: se ce n’è una, qual è la morale?
«Che ai Mondiali, dagli ottavi di finale in poi, tutti quelli che hanno visto Simona Ventura, saranno lì a fare il tifo per la nazionale».
In Italia si vede più calcio inglese che in Gran Bretagna: perché?
«La tv inglese è ancora un po’ meglio della vostra, non c’è bisogna di buttarla sul calcio».
Ancora nazionale: fino ai mondiali Del Piero sarà il tormentone (e il polpettone) da digerire. Altra esclusiva nostrana?
«Del Piero mi ricorda Baggio. Trovo ridicolo tutto questo can can che state facendo. Ma prima di ogni competizione parte la mozione dei sentimenti nei confronti di chi non è più giovanissimo e magari non proprio in forma. Vi piace cercare il conflitto. E poi...».
E poi?
«Del Piero ha fatto bene contro avversari inesistenti e non ho la minima idea del perché Vieri giochi ancora in nazionale».
Fischieranno le orecchie a Lippi. Intanto: è possibile un parallelo Del Piero/Beckham. Ricchi, famosi e ingombranti...
«Beckham almeno ha giocato con la sua fama, si è divertito. Del Piero è un altro tipo. Ma l’Inghilterra va molto meglio senza David, gli altri vogliono dimostrare di non dipendere da lui. Anche Eriksson se ne dovrà rendere conto prima o poi».
Appunto, Eriksson. Come esce dal confronto con Lippi?
«Il nostro ct ha applicato l’understatement inglese alla massima potenza. L’hanno spolpato e poi cercato di distruggerlo, ma lui niente, ha tirato dritto. Metterlo su un piedistallo e poi farlo cadere: tipico della stampa inglese».
Lippi invece?
«È un duro, basta guardarlo. Ma bisogna esserlo per tenere a bada gente come Cassano e Totti».
Sicurezza negli stadi: inseguiamo il modello inglese...
«Che sta facendo una brutta fine. Ha portato allo stadio il ceto medio ma, per colpa dei prezzi, allontanato molti giovani. La vera anima del tifo, che non può permettersi un biglietto da 50 sterline o un abbonamento da mille. State attenti».