In Italia è reato parlare di giustizia politica

La reazione dell’ex deputato: la decisione della Suprema Corte è totalmente slegata dalla realtà

Guido Mattioni

Non è diritto di critica, bensì diffamazione, «l’accusa di asservimento della funzione giudiziaria a interessi personali, partitici, politici, ideologici». In sintesi: non si può dire che una indagine è politica. Lo ha stabilito la Cassazione confermando la condanna per diffamazione aggravata comminata a Vittorio Sgarbi dalla Corte d’appello di Milano per le affermazioni dell’ex parlamentare nei confronti di Giancarlo Caselli, Guido Lo Forte, Antonio Ingroia, Giovanni Di Leo e Lia Sava, all’epoca dei fatti magistrati del pool antimafia di Palermo.
Tutto era partito da un articolo sul Giornale del 17 agosto ’98 in cui Sgarbi, traendo spunto dal suicidio del dottor Luigi Lombardini (11 agosto di quell’anno), sosteneva l’esistenza di una magistratura politica e organizzata. Il Giornale e il direttore Mario Cervi avevano deciso di patteggiare. Sgarbi, che non aveva aderito al patteggiamento, era stato condannato in primo grado (17 maggio 2004) a un mese di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di 30mila euro a Caselli e 20mila a Lo Forte, oltre a 10mila di spese. In appello (26 gennaio 2006), la sentenza era stata riformata con una multa di mille euro in luogo della reclusione. Intanto, era proseguita la causa civile che con sentenza del 21 giugno 2004 aveva il Giornale al pagamento di 50mila euro a Caselli, 30mila euro a Lo Forte e 5.373,95 euro per spese legali. Sentenza, quest’ultima, nei cui confronti è stato interposto appello.
Ora arriva la sentenza della Cassazione in cui il relatore, Alberto Macchia, sottolinea «come le accuse per molti versi deliranti rivolte dall’imputato ai giudici si siano rivelate infondate» e che l’accusa di svolgere «indagini politiche» sia «lesiva dell’onorabilità delle persone offese». Parole tese secondo la Corte ad «aggredire l’altrui sfera morale». La Cassazione ha inoltre addebitato a Sgarbi le spese processuali oltre a cinquemila euro complessivi a favore dei cinque magistrati che si erano costituiti parte civile.
La reazione dell’ex deputato (ora assessore alla Cultura del Comune di Milano) non si è fatta attendere: «Siamo in presenza di una sentenza che non è assolutamente legata alla realtà. Ciò che stabilisce la Suprema Corte è vero perché ciò che dicono è giustificato dal pensiero di essere dalla parte del giusto: la loro, insomma, è una azione politica inconsapevole. Si vorrebbe che fosse così, ma la realtà è un’altra: lo dimostra il caso di Franco Pacenza». Il riferimento è al capogruppo Ds alla Regione Calabria che dopo essere stato arrestato il 16 agosto scorso nell’ambito di un’inchiesta su una truffa di 6 milioni di euro ai danni dell’Ue, è poi tornato in libertà l’altroieri in mancanza di indizi a suo carico. A suo favore, nei giorni scorsi avevano manifestato davanti al carcere numerosi parlamentari dell’Ulivo, parlando di «errore giudiziario». Critica o diffamazione anche quella?
Tornando alla sentenza su Sgarbi, esulta l’ex pm e ora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: «Meno male che c’è la Cassazione! Ci voleva qualcuno che dicesse una volta per tutte che offendere e denigrare chi fa il proprio dovere è reato». Soddisfatto anche Edmondo Bruti Liberati, ex presidente dell’Associazione magistrati il quale si augura «che si sia voltata definitivamente pagina» rispetto «a un costume che negli ultimi anni ha visto molti esponenti politici, anche con responsabilità elevate, accusare la magistratura di agire per fini politici solo perché non si voleva accettarne la decisione». Per Ettore Randazzo, presidente dell’Unione Camere penali, se è vero che questa sentenza «è insindacabile», è però «opportuno sottolineare che il Csm dovrebbe curarsi, con maggiore attenzione, rispetto a quanto fatto finora, di quei casi, sotto gli occhi di tutti, di pubblici ministeri condizionati dal loro credo politico».
Polemiche le reazioni dal centrodestra. «Siamo di fronte a una sentenza che lede la libertà di opinione e di espressione», commenta il vice coordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto. Mentre il segretario Dc, Gianfranco Rotondi, sbotta: «Non commentare le sentenze politiche? È come mettere il bavaglio alla politica». Severo anche Vincenzo Donvito, presidente Aduc (associazione diritti utenti e consumatori): «Non riusciamo ad abituarci all’idea di uno dei poteri dello Stato, quello giudiziario nella fattispecie, che giudica chi e come può attaccarlo».