In Italia sempre più islamici vivono con l’harem

Nango Sek è un senegalese di 47 anni. Vive da 18 anni a Brescia e i suoi cinque figli frequentano le scuole italiane. Ha tre mogli ma non si sente fuorilegge e tecnicamente, infatti, non lo è; perché in Italia vive solo con la prima, Arame, sposata 22 anni fa<br />

La sua sincerità è disarmante. Nango Sek è un senegalese di 47 anni, da 18 vive a Brescia e i suoi cinque figli frequentano le scuole italiane. Quando gli chiedi se è poligamo lui risponde di sì.
Di mogli ne ha tre. Eppure non si sente affatto fuorilegge e tecnicamente, infatti, non lo è; perché in Italia vive solo con la prima, Arame, sposata 22 anni fa. La seconda, Makà, risiede in Senegal, «ma è attiva nel commercio e fa la spola tra Milano e Dakar», ovvero compra o raccoglie merce usata qui, che poi rivende lì. È sua consorte da sette anni; l’ultima solo da due e in Europa non è mai venuta; la incontra una-due volte l’anno quando torna in vacanza in patria. Le ultime due sono state sposate con il matrimonio islamico, che da noi non ha valore legale; inoltre non abitano nel nostro Paese. Dunque per l’Italia il signor Nango Sek non è bigamo e non corre alcun rischio nell’ammettere il triplo matrimonio; tanto più che non pretende di portare qui le altre due donne. «Vivo in Italia e devo rispettare le vostre leggi», afferma con convinzione quest’uomo che nella sua vita ha fatto molti mestieri: operaio, addetto in un night-club, poi in una discoteca, ora lavora in una cooperativa sociale. «Certo che se le leggi cambiassero, come pare intenda fare il vostro governo, il discorso cambierebbe… ». Ovvero: se il matrimonio islamico venisse legalizzato, Nango potrebbe pensare di trasferire qui il suo clan familiare, approfittando di qualche smagliatura giuridica. E come lui tanti altri suoi connazionali. Quanti? «Tre quarti degli immigrati senegalesi hanno più di una moglie», afferma con candore.
In Italia la poligamia esiste e qualcuno non si accontenta di avere seconde o terze consorti a centinaia di chilometri di distanza. Le ha già qui. Nessuno lo ammette apertamente e incontrarli è quasi impossibile; ma le voci girano. A Clusone, ad esempio, un marocchino, che vive in Italia da trent’anni, convivrebbe con due mogli: la prima di mezza età, la seconda poco più che ventenne. E siccome lui è disoccupato, la prima moglie è costretta a lavorare per mantenere l’altra e tutta la famiglia.
Altri casi sono segnalati a Torino, Brescia, Genova, Milano, persino tra alcuni imam noti al grande pubblico. La seconda consorte viene fatta venire in Italia come collaboratrice domestica, secondo uno schema ricorrente. E i figli si adeguano. «Non potete pretendere che io rinneghi le mie tradizioni e la mia cultura e che non la trasmetta ai miei figli», spiega il signor Sek. «E siccome sia io che la mia prima moglie siamo cresciuti in famiglie poligame, anche loro vengono abituati, sin da piccoli, all’idea». Per Nango poco importa che questo «costume sociale» non corrisponda a quello italiano: «A scuola e nella vita sociale i miei ragazzi imparano le consuetudini italiane, ma all'interno delle mure domestiche valgono quelle senegalesi. Casa mia è e resterà una piccola Dakar».
Ma è davvero così facile e naturale dividere il focolare domestico con un’altra? I racconti delle donne che trovano la forza di parlare liberamente, rivelano una realtà ben diversa, segnata dalla sofferenza. Ai microfoni di Telelombardia, ad esempio, Arame (prima moglie di Nango), ha affermato di «aver provato un grande dolore» quando il marito, dopo 15 anni di matrimonio, le ha annunciato lo sposalizio con Makà. Lo stesso Sek ammette «che è difficile per una signora dividere il proprio uomo con un'altra», ma dichiara che «al momento del matrimonio sapevano che questa possibilità esisteva». Ovvero: i patti erano chiari. Non sempre è così.
Innanzitutto: non tutte le comunità musulmane sono poligame. Quelle del Maghreb, ad esempio, lo sono pochissimo: solo l’1,5% degli immigrati arabi in Italia avrebbe contratto matrimoni plurimi, che peraltro in alcuni Paesi, come la Tunisia e il Marocco, sono vietati. Mantenere più mogli costa e ciò dissuade molti uomini dal concedersi questo «lusso». Ma non appena si arricchiscono alcuni non resistono alla tentazione; con conseguenze quasi sempre drammatiche.
Sara è una marocchina di 52 anni, sposata e divorziata due volte, che vive a Milano. Ha un figlio, ora ventenne, e lavora in una ditta di pulizie. Non indossa il velo; è una donna sorridente e dall’animo buono. Nel maggio 2003 cede alla corte insistente di un taxista di Casablanca, un po’ più giovane di lei. Si sposano e lei lo fa venire in Italia, trovandogli un lavoro ben retribuito (1.300 euro al mese), come saldatore. Sembra un bravo ragazzo, fino a quando una sera lei e Mohammed accendono la tv satellitare mentre il protagonista di un film arabo annuncia alla moglie, disperata, che dovrà accettare un’altra donna in casa. Sara d'istinto commenta: «Quello è proprio un bastardo». Le sembra un’osservazione ovvia, ma suo marito sibila: «Il Corano ha dato a ogni uomo il diritto di sposarsi quattro volte». E lei, di soprassalto: «Che cosa significa, che vuoi fare altrettanto?». E lui: «Sì, perché no?». Lo choc è tale che Sara lascia cadere per terra il vassoio con il tè. Dopo pochi giorni scopre che Mohammed conosce già la promessa sposa, ovviamente di vent’anni più giovane e che pretende di farla venire a Milano. Lei rifiuta, lui passa alle maniere forti, picchiandola; poi le propone un accordo: «Divorziamo e continuiamo a vivere assieme da amici». Ancora, sempre il ménage a tre. Ma lei non cede. Lui le porta via tutti i 4mila euro faticosamente risparmiati. Lei riesce a cacciarlo di casa. Ora sono in causa di divorzio. Sara ha cambiato la serratura di casa. Non si sa mai.
Latifa Dimi, 39 anni, invece, è stata semplicemente ripudiata. Ha tre figli, due femmine di dodici e undici anni e un maschio di tre. Vivono in un monolocale nelle case Aler, gli alloggi popolari del comune di Milano. Il marito sapeva che sua moglie non avrebbe mai accettato un’altra donna in casa. Un anno fa è andato a vivere in Spagna e non ha più dato notizia di sé. Lì ha un’altra donna, verosimilmente un’altra famiglia. Di quella che ha lasciato a Milano non gliene importa più nulla. Non ha mai mandato nemmeno un euro. Latifa indossa i jeans e un dolce vita scuro, ha i capelli lunghi e neri. Guadagna poche centinaia di euro al mese in una cooperativa di pulizie. È esausta e angosciata. Ma non rinnega la sua scelta. Lei, Sara e le tante donne musulmane sanno che poligamia significa dover subire tante forme di umiliazione a cominciare da quella di ogni sera, con la scelta della sposa con cui passare la notte. E gelosie, liti, ripicche. Per tutta la vita. La poligamia per loro è tutt'altro che un valore.
marcello.foa@ilgiornale.it