Italia, le soubrette degli anni Novanta

Dalla fine ingloriosa di Tangentopoli alla Seconda Repubblica: veri e falsi miti secondo Giampiero Mughini

I non pochi di questo giornale che vengono dall’Indipendente, ricordano un titolo di prima pagina che allora sembrò una provocazione giocosa ma aveva dell’emblematico, se non del profetico. «Aridatece Piccone», diceva. Correva l’estate del ’92, il presidente Cossiga s’era dimesso da poco e al Colle era asceso il pio Oscar. Tangentopoli, che noi avevamo cavalcato subito, a briglie sciolte e seminando polvere all’intera concorrenza, era ancora ai primi seppur pesanti passi. Ma in quel titolo c’era già il tarlo del dubbio, quasi il presentimento che sotto la «rivoluzione» non ancora trionfante si nascondesse un complotto, e che la «grande pulizia» delle toghe fosse in realtà poco etica e assai politica, pilotata e a senso unico. Due anni dopo fu chiaro a ognuno che era così, le mani pulite s’eran rattrappite sul portone di Botteghe Oscure: aveva ragione Craxi a denunciare la «falsa rivoluzione». Comunque il biennio rosso s’era concluso e nel ’94 nasceva la seconda Repubblica sulle ceneri del sistema proporzionale. E se a meritarne non fu la gioiosa macchina di Akel e Mariotto ma l’intruso cavaliere d’Arcore, chiedetene conto all’ironia del fato o al popolo sovrano.
Perché prenderla così da lontano per parlare dell’ultimo libro di Giampiero Mughini? Il motivo sta nel titolo, Un disastro chiamato Seconda Repubblica (Mondadori, pagg. 257, euro 17) e ancor più nel sottotitolo, «miti, protagonisti e soubrette di un’Italia che declina». A voi pare che il nostro Paese vada ignobilmente declinando più di quanto sia precipitato durante quel fosco biennio? Che meglio si barcamenasse negli ultimi anni della prima Repubblica, quelli sopravvissuti alla caduta del muro di Berlino? E che la stagione del maggioritario, del bipolarismo voluto a furor di popolo sovrano, sia un completo e irrimediabile disastro? Certo, di «transizione» si tratta, per quanto si trascini ormai da un decennio. Vero è del resto che anche il popolo di Dio, durante il lungo peregrinare nel Sinai, prese a lamentarsi finché il cielo non lasciò piovere manna, e quando persino questa venne a noia, addirittura quaglie. Ma da destra a sinistra è annuncio comune che ormai «la transizione volge al termine», le elezioni del 2006 partoriranno finalmente la Terza e stabile Repubblica. Dunque, perché maledire anzitempo la Seconda e il suo «bipolarismo isterico e volgare»?
Gli è che Mughini propugna con forza il «terzismo», e se Paolo Mieli - che di questa scuola è il capofila e che, pertanto, nel libro merita frasi più lusinghiere di Giuliano Ferrara - lo fa con finta dolcezza, indossando il saio di mastro Yoda, il nostro impugna invece la spada laser di Lord Fenner. Il carattere non si cambia, e quello di Mughini è celebre: tracima con umana virulenza dagli articoli, dai libri e ancor più dalle sue apparizioni televisive. A proposito, e per inciso: in queste 257 pagine di analisi degli ultimi 15 anni, «amara» sì ma affatto «distaccata» come invece promette il retrocopertina, c’è un filo inconscio e curioso che lega i personaggi della ribalta comunicativa, rivelatore di un rovello che turba lo stesso autore. Affermato infatti che «la televisione se la dirigi o la fai, la devi amare. Ci devi credere», a pagina 126 Mughini butta lì che Michele Santoro, geniale mostro televisivo, come giornalista di penna presenta un curriculum «modesto, professionalmente e intellettualmente parlando». Gianfranco Funari poi, quando dalla tv tentò il salto di dirigere un giornale (pag. 134), finì col «balbettare un quotidiano che non aveva né capo né coda». Di Francesco Merlo infine, editorialista ora al Corrierone, catanese come lui, annota (pag.199) che tiene alto «il drappo della letteratura siciliana» senza «aver bisogno di scrivere dei libri». Altre e tante citazioni si potrebbero fare poiché, assai più dei politici, il «disastro» repubblicano è infarcito di comunicatori, sino ad apparirne essi stessi la causa oltre che l’effetto. Col costante e implicito giudizio che tutti, Silvio Berlusconi ed Eugenio Scalfari compresi, san far bene soltanto una cosa, e meglio sarebbe se non uscissero dal loro seminato naturale. Probabilmente Mughini s’interroga, vorrebbe sapere dal lettore se dà il meglio come provocatore televisivo e nei “gruppi d’ascolto” dei reality, piuttosto che nelle pagine di un libro - è già oltre la decina di titoli - oppure in quanto scrive(va?) sui giornali più o meno di getto. È molto tentato: se gli sconosciuti lo salutano con un solleticante «ti ho visto in tv», non può non sospettare che «forse il linguaggio televisivo è un linguaggio superiore che permette a chi guarda di capire dal colore della cravatta di un personaggio se quello ha intenzione di pregare Dio o bestemmiarlo». Poi si sa: coi giornali, rivelassero anche la Genesi o l’Odissea, il giorno dopo ci si incartano le patate. Ma a nostro e modesto giudizio, è preferibile il Mughini giornalista.
Perché dunque dovreste comprare e leggere questo suo libro? Attendete ancora un poco, prima dobbiamo chiudere col «terzismo», che è poi l’aristocratica pretesa di chi non vorrebbe stare compiutamente né di qua né di là, terza via sognata invano pur nella prima Repubblica da molti - anche Berlinguer, ricordate l’“eurocomunismo”? - e totalmente impraticabile nella seconda. La quale incarna la transizione, di per sé effimera e fragile. Se l’anno prossimo rivince Berlusconi, si entra senza fallo nella Terza Repubblica: è già imbandita una grande e sconvolgente (buona o cattiva si vedrà) riforma dello Stato, l’opposizione dovrà cambiare radicalmente modo d’essere e l’intera sua classe dirigente caporali compresi, fioriranno partiti regionali che per respirare a Roma saran costretti a passare dal bipolarismo addirittura al bipartitismo. Se vince Romano Prodi o chi al suo posto, la sinistra (ma anche la destra) non si rigenererà minimamente e all’Italia toccherà il replay di quanto ha vissuto dal ’94 ad oggi. Una transizione infinita, questo sì sarebbe un disastro. Che ci fai col «terzismo», davanti a tali scenari? Più che maledire la Seconda Repubblica è preferibile invocare «aridatece Bettino» nonché Andreotti che è anche vivo. Cosa in verità che Mughini pensa e lascia sottintendere, pur senza il coraggio di allargarsi a Nicolazzi e, perché no, a Gava.
Certo, il ’92-’94 raccontato da Mughini è parziale e monco, disancorato da analisi politiche o storiche: pensate che Violante e Scalfaro, grandi burattinai di quel biennio, sono a mala pena citati, una sola volta e marginalmente. Però è meglio così, ne sgorga il racconto caldo e palpitante di un dramma che si spalanca improvviso e inspiegabile. Ed è questa la forza di Mughini: raccontare al di fuori e senza rispetto non solo degli stilemi ma forse anche della stessa realtà.
Perché questo libro merita? Perché Mughini è un bravo cronista, sa scrivere e raccontare. E anche se le sue storie risuonano talvolta bislacche, umorali, legate da un filo che sfugge forse anche a lui, riescono a rappresentare l’anima di questi nostri ultimi quindici anni. Le pagine più belle e struggenti? Quando lascia fluire i ricordi di gioventù. Quelle più avvincenti invece? Là dove scrive di donne, con abbacinato stupore per quanto di concreto e irraggiungibile le nasconde.