È un’Italia tutta da inventare Prandelli: «Ma alla gente piace»

È come avere il tetto di una bella casa senza disporre di solide fondamenta: rappresenta un piccolo vantaggio ma non basta. Di solito si comincia dal contrario per riuscire a piantare pilastri di cemento sui prati di calcio prima di metter mano al tetto qui rappresentato dall'estro e dalla fantasia garantita da qualche cavallino di razza. Così l'Italia, giovane e solo promettente, di Cesare Prandelli ha inaugurato il suo cammino verso il traguardo dell'europeo targato 2012, con una magra consolazione. «Abbiamo evidenti margini di miglioramento», è il giudizio complessivo del ct di ritorno da Londra, sede di un battesimo non certo esaltante ma nemmeno deprimente a tal punto da far dimenticare quel che è, attualmente, il calcio italiano. Le cifre, pubblicate in uno specchietto, confermano in modo solenne la crisi: una striscia negativa così non risultava, negli almanacchi, da fine anni Cinquanta, punto più basso nella storia della Nazionale.
Questo significa che lunga è la traversata del deserto, anche se il ct mostra ottimismo: «Serve tanto lavoro, anche se a settembre dovremo già cercare il risultato. Ma ripartiamo da cose positive: la reicerca del gioco, la disponibilità dei ragazzi e l’affetto dimostrato dalla gente». E anche se, riferendoci all'ultimo mondiale, immaginare che la presenza di Cassano e Balotelli, da sola, avrebbe garantito un destino diverso, è un esercizio di ottimismo sfrenato quando non è il tradimento di un pregiudizio legato a Lippi, capace pure di complicarsi da solo la vita e la carriera gloriosa.
Il primo deficit da colmare riguarda l'allestimento della difesa e la sua resa, migliorata, d'accordo, dal ritorno prossimo di Buffon ma trafitta puntualmente da rivali non sempre al di sopra della media: senza una guida spirituale è quasi impossibile riuscire a costruire quel mitico muro come accadde ai tempi di Duisburg, dove pure, al fianco di Cannavaro poi Pallone d'oro, si esibirono con risultati strepitosi Zaccardo, Barzaghi oltre che Grosso, tutta carne da macello per la critica solo qualche anno dopo. Era tutta la Nazionale che difendeva in gruppo, con movimenti sincronizzati. Perciò non è tutta colpa di Motta e Molinaro o della distrazione fatale di Chiellini quel che è accaduto con la Costa d’Avorio. Bisognerà attendere la maturazione di Ranocchia e nel frattempo scovare da qualche parte sentinelle degli argini più affidabili di quelle attuali ma c'è bisogno di una migliore organizzazione difensiva. Altrimenti dire addio a gente del calibro di Zambrotta, per esempio, può rappresentare un azzardo.
Secondo nodo. Ancora una volta, senza l'ago di Pirlo, nessuno è riuscito a cucire uno straccio di gioco e a dare forma geometrica a qualche azione, improvvisata dai lanci di Cassano oppure dalle incursioni di Balotelli, risoluto nel cercare la porta da ogni posizione e soprattutto da ogni distanza. E proprio a SuperMario Prandelli riserva una dedica particolare: «È rimasto schiacciato dal suo personaggio, che è stato più forte del calciatore. Gli ho detto che ora sta a lui invertire la tendenza...».
I lanci del centrocampo invece sono finiti spesso sui piedi altrui: ne abbiamo contato uno solo (De Rossi con tocco di Borriello per Quagliarella) finito al destinatario giusto. Montolivo ha promesso qualcosa in Sudafrica, approfittando dell'infortunio del milanista: forse è il caso di sottoporlo a un apprendistato forzato per riempirlo di responsabilità e di opportunità da cogliere.
La terza spina nel fianco di Prandelli è ancora una volta il modulo, croce e delizia di ogni ct che per sua stessa natura è selezionatore e quindi non può decidere l'architettura della propria squadra ma deve affinare le caratteristiche del gruppo e cogliere il punto di equilibrio finale. Deve portarsi a casa i compiti e provare col bilancino: togliere di qua, aggiungere di là. Con Cassano e Balotelli più una boa d'attacco (Amauri o Borriello o Pazzini poco cambia), si coltivano teoriche speranze di sbocchi ripetuti in attacco ma poi bisogna allestire dei contrappesi che evitino alla squadra d'imbarcare acqua al primo assalto come è accaduto martedì sera a Upton Park, sotto la pioggia. Prandelli può consolarsi con il primo Lippi, sconfitto a Ferragosto e poi capace di ottenere una brillante qualificazione prima del mondiale tedesco. Il suo girone europeo è più impegnativo, deve sgabbiare bene a settembre se vuole garantirsi una rotta meno tempestosa: Firenze, sede prescelta non a caso, per il debutto italiano, può dargli una mano.