Italia-Ungheria 4-3: nel 1928 il gol entra nelle nostre case

Il 25 marzo Giuseppe Sabelli Fioretti fece dallo stadio Flaminio di Roma il primo commento in diretta a una partita di calcio della Nazionale

Milano - Aveva solo ventun anni, praticamente un bambino. Si schiarì un attimo la voce, aggiustò un microfono che sembrava arrivare dal pianeta Papalla, forse nemmeno sapeva che stava mettendosi in collegamento con il futuro, con il mondo prossimo venturo, forse con Marte addirittura. Giuseppe Sabelli Fioretti lavorava alla Gazzetta dello Sport, redazione romana, aveva i capelli pettinati all’indietro e la parlantina sciolta, scelsero lui per quella missione impossibile, lo pagarono 100 lire quando si viveva mica male con mille lire al mese. Per lo Stadio del Partito nazionale Fascista di Roma, che oggi si chiama soltanto Flaminio, era il giorno dell’inaugurazione, per lui e il suo microfono di papalla collegato con il calcio il battesimo. E mica per una partita qualsiasi. Italia e Ungheria si incontravano per la coppa Internazionale, una specie di campionato europeo dell’epoca, ma già un’anteprima della finale mondiale del 1934. Trentaduemila spettatori più lui, collegato attraverso l’Eiar con migliaia di persone là fuori, nella prima radiocronaca di calcio in Italia, la madre di tutte le trasmissioni. Il 25 marzo del 1928, ottant’anni oggi. «Mi sistemarono sul gradino più alto della tribuna coperta dello stadio, sistemato in una specie di cabina e con un microfono appeso a un trespolo» racconterà quella giornata. Come la vedetta di Cristoforo Colombo.

Perché dopo il mondo non fu più lo stesso. Arrivò «Amici italiani in ascolto qui è Niccolò Carosio che vi parla e vi saluta», tutto il calcio minuto per minuto, scusa Ameri e scusa Ciotti, la moviola e il moviolone, «campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo», il processo del lunedì, la pay per view e «l'arbitro manda tutti a prendere un tè caldo». Ma all’inizio di tutto c’era solo lui, un po’ infreddolito, solo contro tutti, in un avamposto piazzato nel cuore del domani: «Pensare che la cosa nacque per caso. Chiacchieravo del più e del meno in piazza Colonna con un collega de La Tribuna, era il braccio destro del comandante Senigallia, il direttore romano dell’Eiar, mi parlava di questa sua idea un po’ fuori dagli schemi, il primo esperimento di radiocronaca di una partita di calcio». Erano i tempi della radio a galena, che potevi scordarti di ascoltarla se non avevi la cuffia, l’Eiar, la nonna della Rai, aveva solo quattro anni, l’abbonamento costava 75 lire e solo 40mila potevano permetterselo. L’uomo del comandante si bloccò di colpo, lo guardò fisso con una faccia strana e lo fulminò: «Giuseppe, ma perchè non la fai tu?...». Ne raccontò sette di gol, 4-3 per l’Italia, decise il gol di Libonatti, era la prima volta che l’Italia batteva l’Ungheria dopo sette partite. Forse, ma chi si ricorda più, era pure in differita.

La cosa piacque subito ma non bisognava esagerare. Solo la nazionale meritava una radiocronaca perché sennò con quella radio lì di certo più nessuno sarebbe andato allo stadio e dove saremmo andati a finire di questo passo. Anime candide. Sabelli Fioretti regalò la sua voce a Italia-Austria 2-2, poi l’anno dopo allo spareggio scudetto tra Bologna e Torino, persino la prima rubrica filatelica diffusa attraverso la radio, che andò avanti fino al 1932, era sua e c’era anche lui nel 1930 quando andò in onda la bisnonna di Tutto il calcio minuto per minuto, una partita in diretta e quattro stenografi al telefono a raccogliere i risultati delle partite. Poi addio, avanti un altro. E quell’altro era Carosio. Anzi Niccoloccarosio, un palermitano affilato e coi baffetti alla Zorro che si esercitava nel retrobottega di un piccolo negozio di radiofonia. Scrisse all’Eiar quando Sabelli Fioretti mollò il colpo, gli risposero con un telegramma senza sapere con chi avevano a che fare: «Disposti accettare sua offerta preghiamola confermare telegrafo sua venuta primo maggio Torino, rimborso lire 250 totali. Cordialità». Per superare il provino s’inventò di sana pianta un Juventus-Bologna pieno di gol. Piacque, convinse, ma il suo debutto, al Littoriale di Bologna amichevole Italia-Germania, capodanno del 1933 fu terrificante. Cominciò a parlare solo dopo due minuti di agghiacciante silenzio. Poi non si fermò più.

Fu lui a inventare il linguaggio radiofonico e un po’ anche quello del calcio, il «mani» e «rete» al posto di gol o «angolo» per corner è tutta roba sua, per non parlare del quasi gol. Ai mondiali del 1934 era già una star. Montarono dodici impianti radiofonici per l'estero in sette stadi, il nuovo centro trasmittente di Prato Smeraldo irradiava il segnale fino a New York, Buenos Aires, Shanghai. Solo per sentire Niccoloccarosio. Il suo quasi gol lasciò il posto alle 15.15 del 10 gennaio 1960 a Tutto il Calcio minuto per minuto, Guglielmo Moretti faticò a convincere i dirigenti Rai che avrebbe avuto successo, contò molto anche l’invenzione del totocalcio, non si ascoltava più la radio per tifare ma anche per fare 13. Pensare che a decidere il destino della radiocronaca sportiva fu un amico di Teddy Wakelam, il Sabelli Fioretti inglese che doveva raccontare Inghilterra-Galles di rugby, anno di grazia 1927. Gli disse: «Siediti vicino a me e dimmi cosa te ne pare». Alla fine l’amico sorrise senza guardarlo: «Magnifico» gli rispose. Era cieco dalla nascita. Ma nessuno vedeva lontano come lui...