Italia verso la ripresa ma la stampa fa finta di non vedere

Egidio Sterpa

«C’è aria di ripresa - Clima cambiato, l’Italia riparte», titolava in prima e terza pagina ieri l’altro, riportando il rapporto del Censis, il maggiore quotidiano economico italiano, Il Sole 24 Ore, il terzo per diffusione nazionale. E gli altri? Il Corriere a pagina 7: «Schegge di ripresa». Repubblica a pagina 15 «Italia in ripresa, ma più disuguaglianza». Con La Stampa si tornava in prima pagina, anche se non sotto testata «Scintille di ripresa». Siamo vecchi giornalisti, di giornali ne abbiamo confezionati più d’uno e la libertà di stampa fa parte della nostra cultura. E però la sottovalutazione del rapporto Censis da parte di alcuni dei maggiori giornali italiani francamente ci appare artefatta.
Non altrettanto è avvenuto con l’Economist, araldo di un nostro grande declino, la cui analisi è stata registrata ed enfatizzata abbondantemente. Eppure il Censis e il presidente, Giuseppe De Rita, non sono certo meno autorevoli dell’Economist e del suo redattore John Peet. Al Censis e a De Rita andrebbe riconosciuta almeno una conoscenza più accertata della situazione italiana. Detto con riguardo e rispetto verso il collega britannico, un soggiorno di qualche giorno o di qualche settimana non basta per esprimere giudizi tanto definitivi su una realtà complessa come l’Italia.
Ma il problema, diciamolo, non è né Peet né il suo Economist, che qualche volta possono anche sbagliare nonostante la tradizionale serietà del settimanale. Il problema semmai sono i nostri catastrofisti, politici e anche intellettuali, ai quali in questi ultimi cinque anni non è mai riuscito di guardare con piccoli sforzi di imparzialità agli atti dell’attuale governo, considerati e giudicati spesso pregiudizialmente, frutto di incapacità. Su tutto ha fatto sempre premio l’antiberlusconismo, diventato identità vera dell’attuale multicolore e contraddittoria opposizione. Non è questa una considerazione soltanto nostra, in verità. Lo stesso Rutelli giorni fa s’è chiesto pubblicamente: «Che rimarrà nel centrosinistra quando verrà meno il berlusconismo?». Anche uno dei patron dell’attuale opposizione, l’ingegner Carlo De Benedetti, non ha potuto fare a meno di dire che Berlusconi «non è causa» ma solo «catalizzatore della velocità del declino», aggiungendo: «Se la Fiat ha dei problemi non è colpa del premier e se il debito è al 110 per cento non è solo a causa sua». Insomma, che l’Italia non sia tutta sott’acqua e che la colpa non sia tutta del Cavaliere finalmente ci si sforza di riconoscerlo. E però, quando uno come De Rita, persona serissima, mette sul tavolo dati certi - segni di vitalità economica, ben 45mila nuove imprese nate nello scorso anno, ripresa nei settori delle biotecnologie, dei servizi, delle manifatture - questo interessa poco ai politici e ai mass media, naturalmente prevenuti e occupati a dimostrare l’apocalisse.
«No, non stiamo stramazzando», scrive onestamente Oscar Giannino sul Riformista. De Rita, che mai, neppure in tempi di vacche grasse, ha usato la retorica del «tutto va bene», non esita a prendersela con l’Economist, con l’Ocse e con De Benedetti, aruspici luttuosi, rimproverando all’editore di Repubblica, che parla di «collasso», di stare non in Italia ma «in un rompighiaccio sull’Antartide». Un giudizio, precisa De Rita, che «non è né di destra né di sinistra ma che viene da dentro, da chi nel Paese ci vive». Persino su Repubblica Giuseppe Turani non può fare a meno di annotare che non mancano «scintille di vitalità» e cita il caso Fiat, che «sta emergendo dal suo inferno». Ovviamente, Turani non può neppure fare a meno di mettere sotto accusa la politica. E se no, dove finirebbe l’opposizione? Sì, un colpo al cerchio e un altro alla doga, purché la botte dell’antiberlusconismo regga.
Come gli affezionati lettori del Giornale constatano da sempre, chi scrive queste note si sforza incessantemente di guardare con occhi aperti e mente sgombra di pregiudizi e compiacenze ai comportamenti e ai fatti di cui sono protagonisti gli attuali uomini di governo. Sulla politica economica più volte non abbiamo esitato ad esprimere le nostre riserve. Perché alla nostra libertà di giudizio non siamo disposti a rinunciare. Ma, francamente, è davvero troppo chiedere a chi è schierato legittimamente sull’altra sponda, come noi lo siamo su questa opposta, di seguire almeno l’esempio di Mario Monti, uomo ed economista di bon-ton e di fair-play, che proprio ieri sul Corriere invitava, a proposito dei giudizi dell’Economist, a considerare certe valutazioni «freddamente, senza complessi» e non invece usandole «a fini di polemiche interne». È proprio così difficile scambiarci libere opinioni, in nome di una civiltà politica e di una cultura di cui non mancano tracce neppure nella nostra storia?