In Italia è vietato toccare la storia del partito comunista

Fabrizio Cicchitto*

Le ragioni di fondo delle contestazioni ai libri di Giampaolo Pansa, «La grande bugia», «Il sangue dei vinti» e «Sconosciuto 1945» non derivano dal fatto che questi libri «rivalutano» il fascismo. In essi non c’è alcuna operazione di questo tipo. Invece al centro di questi libri di Pansa così come di altri storici è il Pci sulla base di una valutazione assai diversa, per non dire opposta, a quella data dalla storiografia finora dominante che è stata segnata dalla organica egemonia del Pci.
Su questo terreno Pansa non è isolato. Storici di diversa origine, ognuno impegnato nella sua propria ricerca, hanno smontato la tesi secondo la quale il Pci è stato sostanzialmente autonomo dall’Urss fin dal 1944 e dalla svolta di Salerno, che esso è stato riformista e socialdemocratico fin dai tempi di Togliatti, che la Resistenza è stata una grande epopea, la lotta di tutto il popolo, che il Pci ha scelto fin dagli anni ’40 in modo netto la via democratica e parlamentare senza alcun tentennamento, che il Kgb in Italia non si è mai affacciato mentre la Cia - d’intesa con una parte della Dc e utilizzando la mafia, la camorra e il terrorismo fascista - ha costruito un «doppio stato» che ha impedito al Pci di arrivare al potere prima degli anni ’90. Ecco questo e altro, malgrado il silenzio o le censure delle pagine culturali del Corriere della Sera, della Stampa, di Repubblica, è stato progressivamente smontato, documenti alla mano, da storici significativi e da Pansa che di suo ci ha aggiunto una approfondita ricerca («Il sangue dei vinti») per ciò che riguarda l’azione di consistenti gruppi di partigiani comunisti dopo il 25 aprile e la forza polemica di uno straordinario giornalista («La grande bugia»).
Così è stato provato che dobbiamo a Stalin e non a Togliatti, che era pronto a fare tutto quello che gli avrebbe indicato il gruppo dirigente del Pcus, se in Italia non c’è stata un’altra guerra civile dopo la Resistenza. Fu Stalin a ispirare a Togliatti nel marzo 1944 la «svolta di Salerno» e addirittura a teorizzare le vie «nazionali» per i partiti comunisti dell’Occidente. Ovviamente Stalin fece questa opzione non perché era un buon socialdemocratico e un riformista ante-litteram, ma per una fredda e lucida valutazione dei rapporti di forza internazionali. Successivamente però il gruppo dirigente del Pcus, da Stalin a Krusciov, a Breznev, a Andropov ha sempre ritenuto possibile una terza guerra mondiale e ha attrezzato in conseguenza il movimento comunista internazionale: sono stati trovati i piani d’invasione del Patto di Varsavia di un pezzo d’Europa fino all’Italia del Nord e fino agli anni ’80 gli eserciti del Patto di Varsavia furono «posizionati» in una chiave offensiva. Ciò ha comportato il fatto che comparti specializzati dei partiti comunisti dell’Occidente sono stati considerati anche come possibili punti di riferimento militare: di qui la formazione di un apparato militare del Pci in Italia che è stato di «massa» fino agli anni ’50 e che poi si è trasformato in più ristretti gruppi specializzati, che avrebbero dovuto agire come quinta colonna nel caso di un attacco delle truppe del Patto di Varsavia. È in questo contesto che avvenne una serie di fatti assai drammatici: l’attentato di via Rasella, l’assassinio di Giovanni Gentile e poi non solo l’uccisione di Mussolini e dei gerarchi fascisti ma l’esposizione dei cadaveri a Piazzale Loreto: era il segnale per una estrema radicalizzazione anche dopo il 25 aprile.
Lungo la stessa linea si colloca la catena di assassini non solo di fascisti, ma anche di preti, di possidenti, di industriali, di democristiani e di socialdemocratici realizzati in Lombardia dalla Volante Rossa, in Emilia nel triangolo della morte e in altre zone. In sostanza, accanto alla storia ideologica-politica-organizzativa-finanziaria del Pci comincia finalmente ad emergere anche la storia militare del Pci finora rimasta «coperta». Molto ancora resta da accertare e analizzare. Quello che è stato finora accertato, però, fa saltare i nervi non solo agli estremisti di Reggio Emilia, ma anche a raffinati intellettuali come Giorgio Bocca e Angelo D’Orsi.
*Vicecoordinatore nazionale

di Forza Italia