Italiana da 58 anni, per il Viminale ora è croata

da Venezia

Se l’avessero «infoibata» nel 1949, magari poche ore dopo essere nata, a Fiume, probabilmente, avrebbe sofferto di meno. Di sicuro non avrebbe patito l’umiliazione di essere trattata, da quell’Italia a cui è sempre stata orgogliosa di appartenere, come un’extracomunitaria, per di più priva del permesso di soggiorno e, quindi, clandestina. Sì, la signora Laura, nome di fantasia perché «ho già passato abbastanza guai e non vorrei averne degli altri», residente nel Veneziano da quando era bambina, dopo una drammatica infanzia passata tra i campi di accoglienza e le sofferenze che i profughi di Istria e Dalmazia portano tristemente incise nell’anima, per l’Italia non ha i requisiti per ottenere la tessera sanitaria. «Faccia richiesta per la tessera internazionale - si è sentita dire dall’impiegata dell’ufficio competente -, lei non è italiana».
«Io sono sempre stata orgogliosissima di essere italiana - si è sfogata su Il Gazzettino - e mi sono sempre ritenuta tale pure di nascita, perché Fiume la ritengo una città italiana. Di sicuro i miei genitori sono italianissimi, come sancito da tutte le leggi approvate per evitare equivoci sullo status dei profughi di Istria e Dalmazia. Di colpo, a 58 anni, mi vengono a dire che non ho il diritto alla tessera sanitaria. Non so cosa pensare».
La storia di ordinaria burocrazia parte, c’era da immaginarlo, da una delle tante circolari che hanno lo scopo di complicare le già complicatissime leggi fabbricate dal Parlamento. Fino al fattaccio del rinnovo della tessera sanitaria, Laura non aveva mai avuto grossi problemi. La legge 54 del 1989 aveva chiarito definitivamente, dopo mille equivoci e incidenti burocratici, che i «cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana e oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati (vedi Istria e Dalmazia)... hanno l’obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene». Per rafforzare il concetto, nell’agosto del 1999 il ministero dell’Interno emette una circolare che consente di mettere solo il nome italiano della città di nascita (Fiume, nel caso di Laura) e non amenità del genere «Fiume, Croazia» o, peggio, Rijeka. Insomma, sono italiani punto e basta.
Alla fine di luglio di quest’anno, però, approfittando forse delle ferie estive, ecco che il Viminale sforna un’altra circolare (numero 42) che divide i profughi in quelli di serie A e in quelli di serie B in base alla data di nascita: solo chi è nato prima del 15 settembre 1947 in una delle città dell’ex Jugoslavia un tempo italiane, deve continuare ad avere nei documenti il luogo di nascita italiano.
Il motivo è stato formalmente espunto dai libri di storia, visto che il 15 settembre del 1947 entrò in vigore il trattato di pace firmato il 10 febbraio dello stesso anno a Parigi che assegnava definitivamente Pola e Fiume alla Jugoslavia e Gorizia all’Italia. Dimenticando allegramente che l’esodo dei 250mila italiani non fu regolato dall’orologio dei trattati ma si è svolto, in varie fasi, dal ’43 al ’56. La signora Laura, per dire, seguì i genitori in Italia nel ’51 («In treno fino a Trieste, poi Udine, Gaeta, l'ultimo campo di accoglienza fu a Latina. Finché papà decise di portarci tutti a Marghera»).
E adesso? Che ne facciamo di questa clandestina? La signora Laura sta pensando di scrivere al presidente della Repubblica, sperando che non la rispediscano a Fiume, anzi, a Rijeka, Croazia.