Italiani all’estero non soltanto un bacino di voti

Federico Guiglia

Per quasi sessant’anni non hanno potuto votare e nessuno aveva a cuore il loro quorum, il quorum degli italiani all’estero. Ora che il Parlamento ha sanato per sempre un ritardo incivile, consentendo ai connazionali residenti fuori dall’Italia di poter concretamente esprimere il più elementare diritto di una democrazia, ossia il diritto di voto, la solita polemica da cortile s’è già scatenata su quel venti per cento di connazionali che ha votato per il referendum. Ed è facile immaginare che cosa potrà accadere se alla fine si scoprirà che l’apporto o il non apporto degli italiani nel mondo sarà risultato decisivo per l’esito della consultazione sulla fecondazione artificiale (o procreazione assistita, per essere più alla moda).
Se non s’arriverà al cinquanta per cento più uno degli aventi diritto a causa di quel due per cento circa rappresentato dal “voto estero”, i referendari scaricheranno le ragioni della sconfitta anche sulle difficoltà - evidenti e ovvie - nell’aver esercitato, fuori d’Italia, il diritto elettorale. Viceversa, se il quorum fosse raggiunto per un soffio grazie a quel venti per cento di votanti rispetto ai due milioni e seicentomila circa di censiti e potenziali, gli astensionisti potrebbero maledire d’aver concesso il pratico esercizio di un diritto costituzionale negato per oltre mezzo secolo.
Ma questo atteggiamento da neo-guelfi e vetero-ghibellini sugli italiani nel mondo sarebbe (o sarà) di un provincialismo radicale, a prescindere dal verdetto o non verdetto referendario. Gli odierni scopritori dei milioni di connazionali e loro figli viventi all’estero, solo di rado si sono accorti della loro esistenza, in precedenza. E ancor più di rado si sono preoccupati di coinvolgerli nella vita della nazione ben al di là del pur importante ma molto occasionale momento del voto. Invece che considerarli soltanto un “problema elettorale”, cioè un puro strumento di polemica politica “interna”, gli italiani all’estero dovrebbero essere percepiti come una risorsa internazionale. Una risorsa a cui il Parlamento ha ritenuto di dover dedicare solitarie e distratte sessioni speciali durante cui discutere del ponte economico, culturale, linguistico, universitario che le forti e inserite comunità di connazionali potrebbero costituire fra l’Italia e la ventina di Stati in cui vivono, contano e pesano.
Di più. Se non esistesse un ministero a ciò istituzionalmente preposto, si sarebbe persa persino la nozione di “italiani nel mondo”, posto che nelle Camere non c’è mai stata neanche l’ombra di una commissione costituita per conoscere e riconoscere le grandi questioni legate ai cittadini italiani per passaporto o per discendenza. I quali, tra l’altro, sono complessivamente molti di più, e molto più distribuiti, dei quasi sessanta milioni residenti in Italia.
In epoca di travolgente globalizzazione, persino la creazione di un ministero ad hoc e senza portafoglio, essenziale nella fase di coordinamento istituzionale del “voto estero” - voto che per la prima volta sarà esercitato nel 2006 per delle elezioni politiche -, col tempo si rivelerà insufficiente. Detto con facile lungimiranza: per quello che rappresentano, cioè un’altra Italia fuori d’Italia, i connazionali all’estero e loro discendenti dovrebbero poter “godere” almeno di un vice-presidente del Consiglio e di un sottosegretario in ognuno dei più rilevanti ministeri. Se i polemisti di oggi capissero e cogliessero l’energia che può sprigionare il “mondo in italiano”, anche a beneficio dei sempre più stanchi e seduti italiani d’Italia, eviterebbero di trovare questo alibi elettorale alle loro speranze o delusioni da provinciali dell’universo.
f.guiglia@tiscali.it