Italiani all’estero, quei sei senatori ago della bilancia

Casa delle libertà e Ulivo al lavoro per vincere anche «in trasferta»: gli eletti a Palazzo Madama fuori dai confini potranno essere determinanti

Adalberto Signore

da Roma

Comunque andrà a finire la querelle sulla data in cui si chiuderà la legislatura, all’alba dell’11 aprile, a urne chiuse e schede contate, rischia di realizzarsi il più clamoroso dei paradossi. Una stravaganza tanto bizzarra che la si può declinare seguendo due diverse strade. La prima, e di questo si è già parlato, è strettamente legata alla nuova legge elettorale e a quell’emendamento (che Roberto Calderoli definì «federalista») che prevede l’attribuzione del premio di maggioranza al Senato su base regionale. Per essere più chiari, se alla Camera il premio viene concesso alla coalizione che prende più voti su scala nazionale (e incassa almeno 340 dei 630 seggi disponibili), al Senato la quota è attribuita regione per regione (chi vince riceve almeno il 55% dei seggi assegnati in quella determinata regione). Con una postilla: le regioni che attribuiscono più seggi (quelle più popolose) hanno anche il premio di maggioranza più corposo. Insomma, il 55% dei sette senatori eletti in Umbria è cosa ben diversa dal 55% dei 23 senatori del Piemonte. Con l’inevitabile conseguenza che il divario tra Unione e Casa delle libertà si va di molto assottigliando quando invece di parlare di punti percentuali o di numeri di deputati il discorso si sposta sul Senato. Tra le regioni più popolose, infatti, ci sono molti dei feudi del centrodestra, dove difficilmente l’Unione riuscirà ad ottenere più voti e, quindi, il premio di maggioranza. Basti l’esempio della Lombardia, che con 47 seggi senatoriali totalizza otto senatori in meno di tutte le regioni rosse messe insieme (Toscana, Emilia Romagna, Marche e Umbria). Senza parlare, poi, della Sicilia (27), del Veneto (23) o di regioni che al momento sono date per «incerte» (il Lazio, 28, o il Piemonte, 23).
Un dato questo, confermato anche dai sondaggi. E non solo da quelli effettuati da Euromedia Research, che danno la Casa delle libertà a solo 1,3 punti dall’Unione, ma pure da quelli meno benevoli per il centrodestra. Una rilevazione condotta da Abacus per SkyTg24 tra il 16 e il 17 gennaio, per esempio, dava il centrosinistra al 50,5% e il centrodestra al 46%. Insomma, 4,5% di vantaggio per l’Unione che - recitava lo stesso sondaggio - alla Camera si tradurrebbero in almeno 63 seggi di vantaggio. Tutt’altra musica al Senato dove su 315 seggi 159 andrebbero all’Unione e 150 alla Casa delle libertà. Insomma, pur con 4,5% di scarto, l’Unione avrebbe solo nove senatori in più.
E qui imbocchiamo la seconda strada. Perché nel computo in questione non entrano i seggi assegnati dal voto degli italiani all’estero. Che sono dodici alla Camera e sei al Senato, e rientrano a pieno titolo nel computo complessivo delle due assemblee (630 seggi a Montecitorio, 315 a Palazzo Madama). Ma se, come abbiamo visto, dodici deputati in più o in meno non fanno la differenza, sei senatori rischiano di essere determinanti. Sempre affidandoci al sondaggio Abacus (ma la forbice tra i due schieramenti potrebbe anche essere ben più stretta del 4,5%) i seggi senatoriali decisi dalla circoscrizione Estero sono, di fatto, decisivi. Perché pur non ribaltando il risultato della Camera, lasciano comunque alla maggioranza un margine di voti di vantaggio al Senato risicatissimo. È anche per questa ragione che Casa delle libertà e Unione stanno lavorando assiduamente sulla questione. Nel centrodestra, per esempio, ogni partito ha delegato il problema a un suo uomo di fiducia: Dario Rivolta per Forza Italia, Mirko Tremaglia per An, Stefano Stefani per la Lega e Alessandro Forlani per l’Udc. La situazione, però, è ancora in fase di stallo. Nella circoscrizione Estero è infatti possibile presentarsi con i simboli dei singoli partiti o con un unico simbolo che li raccolga tutti. E mentre An, Udc e anche la Lega propendono per questa seconda ipotesi, Forza Italia sembra decisa ad andare da sola. Così, Alleanza nazionale ha già preso le sue contromisure e buttato giù una bozza di simbolo: il nome sarà «Lista Tremaglia per gli italiani all’estero» e il simbolo dovrebbe essere molto simile al vecchio logo del Polo delle libertà. Un paradosso, dicevamo all’inizio. E già, perché gli italiani all’estero - che fino al 2001 non votavano neanche - oggi potrebbero essere addirittura decisivi.