Gli italiani catturati in Nigeria rischiano «anni di prigionia»

I guerriglieri del Delta che li hanno rapiti chiedono il rilascio di detenuti e risarcimenti dalle aziende petrolifere

Elo Foti

«I quattro ostaggi stanno bene, ma potrebbero restare nostri prigionieri per anni se le nostre richieste non fossero accolte». Questa la premessa del messaggio inviato ieri con una posta elettronica dai guerriglieri che martedì hanno attaccato una base dell’Agip, nel delta del Niger, in Nigeria, e catturato tre tecnici italiani - Francesco Arena di Gela, Roberto Dieghi di Pesaro, Cosma Russo di Bernalda (Matera) - e uno libanese, Imad Saliba. Nella sparatoria è rimasto ucciso un bambino. L’azione e il sequestro sono stati rivendicati dal Mend, il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger, il principale raggruppamento in lotta contro il governo centrale e le compagnie petrolifere che estraggono l’oro nero in questo eldorado petrolifero.
Il Mend minaccia nuovi attacchi nel caso le sue condizioni non vengano accettate. Ad Abuja, la capitale, il nervosismo è evidente: tra cinque giorni in questa città è prevista l’apertura del vertice dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e in Nigeria, turbata da scandali e dall’avanzata dell’estremismo islamico, sono in corso le primarie in vista delle elezioni del prossimo aprile. L’offensiva dei ribelli del Delta, lanciata nello scorso febbraio, ha già ridotto di un quinto la capacità estrattiva dello Stato africano, settimo produttore al mondo di petrolio.
Per il rilascio dei tre italiani e del libanese il Mend, che sostiene essere essere un movimento apolitico, pretende la scarcerazione di alcune personalità politiche, tra le quali l’esponente separatista Aljai Dokubo Asari e Diepreye Alamieyeseigha, ex governatore dello Stato di Bayelsa, nella regione in cui il Niger si getta nel Golfo di Guinea. Il Movimendo chiede poi «la fine delle esportazioni di greggio dalla Nigeria», «il pagamento da parte delle compagnie petrolifere di compensazioni alla popolazione» e «una dichiarazione del governo centrale di rinuncia completa ai suoi interessi petroliferi lucrati ai danni delle comunità del Delta del Niger nonché il pagamento delle riparazioni per cinquant’anni di sfruttamento».
Quindi il monito alle società che pompano l’oro nero: «Da mezzo secolo siamo asserviti e saccheggiati da voi e dal nostro governo, un periodo di schiavitù e rapina. È ora di smetterla. Il tempo delle messe in guardia è finito. Annunciamo a tutte le compagnie che il loro incubo sta per cominciare». Alcune righe sono dirette all’impresa italiana: «Avvertiamo il personale nigeriano del terminale dell’Agip di non tornare in quell’impianto se non vuole morire». «Nei prossimi giorni lanceremo altri attacchi - si legge - contro i veicoli e gli edifici delle compagnie. Non discuteremo la liberazione degli ostaggi. Saranno rilasciati in cambio di una parte delle nostre richieste». Una parte? Quale? Qui entrano in gioco le trattative. I guerriglieri si accontenteranno del pagamento di un riscatto o pretenderanno il rilascio dei detenuti politici? Vorranno di più, come scritto nel loro messaggio?
Il portavoce dell’Eni, Gianni Di Giovanni, intervistato da Sky Tg 24, ha dichiarato che la sua società «è assolutamente sorpresa» dalle richieste del Mend, affermando che mai in Nigeria erano pervenute «particolari rivendicazioni». Per quanto riguarda la minaccia di azioni ostili, Di Giovanni dice «non possiamo che prenderne atto» e sottolinea un concetto più volte ribadito dall’Eni: «Riteniamo che la nostra presenza in quel Paese sia di aiuto anche alle popolazioni locali». Anni fa, i ribelli che avevano attaccato le basi della compagnia si erano lamentati per il mancato rispetto di impegni assunti dall’Eni: costruzione di strade, scuole o altre infrastrutture.
All’Unità di crisi della Farnesina la posizione è di attesa. «Nessun commento», ha detto un funzionario interpellato dall’agenzia di stampa Ansa. La rivendicazione e le minacce sono considerate notizie provenienti «da fonti giornalistiche». Il ministero degli Esteri, si fa notare, segue costantemente gli sviluppi della vicenda ed è «in stretto coordinamento con l’Ambasciata d’Italia ad Abuja e con le autorità locali». L’Unità di crisi, aggiunge la Farnesina, mantiene «uno stretto contatto con le famiglie dei sequestrati». Un documento del Sismi sulla situazione nel Delta del Niger evidenzia i «crescenti profili di minaccia» determinati da movimenti «portatori di istanze socio-politiche sinora respinte dalle autorità governative anche attraverso lo strumento militare».