Italiani col gusto da sommelier: sì al vino, ma solo se è «salato»

Gran successo per le bottiglie costose I prodotti economici non li beve nessuno

nostro inviato a Verona

Leggenda vuole che un giorno Gianni Agnelli, il re delle utilitarie, andò da Enzo Ferrari, l’imperatore dei bolidi, e gli chiese come vendere quel po’ po’ di superauto che era la Dino Fiat, così bella e veloce ma anche così incompresa e invenduta. Ferrari ascoltò e poi aggiunse il suo autografo al progetto torinese. E come Dino Ferrari tutto l’invenduto andò a ruba.
La lezione di marketing può valere oggi in Toscana, sulle colline di Fiesole per Bibi Graetz, già applaudito per vini come il Testamatta, che alla kermesse del Vinitaly ha presentato un rosso a tiratura limitata e prezzo imposto di 420 euro in cantina e di mille al pubblico. Ha miscelato tre barrique a forte tipicità toscana (una di Colorino e due di Canaiolo) e ha sparato alto perché spesso non basta fare le cose bene, bisogna avere un qualcosa in più a mo’ di specchietto per le allodole.
Poi si può anche dire che seicento bottiglie di un vino così lontano dal consumo quotidiano vale il mercato delle fuoriserie a quattro ruote, sognato da tanti e praticato da pochissimi, ma la tendenza registrata è quella di una maggiore disponibilità a spendere. Che il vino non sia più un alimento, è cosa data per scontata, ma che l’italiano medio sia disposto a spendere di più per celebrare Bacco questo ha preso ieri in contropiede molti.
Probabilmente è per questo che si vedono tante facce sorridenti tra i padiglioni della fiera veronese, nonostante la pioggia (le strutture non comunicano tra loro) e la ressa da palestra popolare. Non era così gli anni scorsi e in tal senso farà scalpore oggi, dopo la ricerca della Nielsen presentata ieri sul vino nel circuito della grande distribuzione, quella di Eta Meta su una figura insospettabile: i wine lovers, gli amanti del vino praticanti e non teorici. Sono sempre esistiti, solo che si è scoperto che non sono delle eccezioni, tutt’altro visto che sono sull’ordine delle centinaia di migliaia gli italiani che comprano e consumano almeno 300 bottiglie di vino di qualità all’anno, sei volte il consumo medio. Vino da bere e non vino da collezione.
Ma sorprende ancora di più, in un’Italia che si vorrebbe in crisi economica, prendere atto che l’unico segmento di vendita in calo è quello del vino economico. L’anno scorso sono stati venduto 10 milioni e 550mila ettolitri di vino confezionato, la metà (50,2%) attraverso iper e supermercati nonché negozi generici. Considerando che i «ricchi» fanno spesa in enoteca, a livello grande distribuzione i vini da tavola hanno perso un secco 7,9% in valore sul 2005 e del 6,6 in volume mentre le varie Dogc, Doc e Igt sono cresciute rispettivamente del 5,1 e del 5,6. E questo emerge anche a livello di prezzi: crescono le vendite del povero più povero (+4,4% quelle per volume e +2,8 per valore nella fascia 0/2,6 euro) e del top: +12% e +13,2 per il vino oltre i 6,4 euro.
Certo che le statistiche possono essere fredde e presentano a volte importi che sembrano lontani dal reale (oltre i 6,4 euro ci sono tutti i Barolo e i Brunello ad esempio), ma la tendenza a voler godere a tavola è chiara tanto che la Nielsen segnala le tipologie più richieste da chi fa la spesa nella grande distribuzione. Altro che tavernelli e bottiglioni. I maggiori tassi di crescita li fanno registrare, nell’ordine, Brunello di Montalcino, Nero d’Avola, Gewurztraminer e Morellino di Scansano.
I più venduti?
Chianti Classico, Montepulciano d’Abruzzo e Sangiovese e qui gioca un ruolo pensante anche la quantità. Nota finale: il consumatore alterna confezioni da 2/3 euro ad altre più impegnative a 15/20 per gratificarsi il più spesso possibile. E nell’inchiesta non rientra ancora il fenomeno Eataly, il supernegozio aperto a Torino nell’ex stabilimento Carpano, dove tutto rispecchia la filosofia di Slow Food e il reparto vino è così ben pensato che per le enoteche cittadine il futuro sarà gramo.