Gli italiani conquistano Andorra ma senza patente

Il pioniere è il vicentino Sandrini, «re» della stampa gratuita

Patrizia Floder Reitter

da Andorra la Vella (Andorra)

Era capitato nel Principato per vendere gli occhiali del colosso bellunese De Rigo, poi nella sua ottica sono entrati i giornali e con la stampa gratuita ha conquistato i ricchi andorrani. Così Riccardo Sandrini, trentunenne di Vicenza, è riuscito in solo due anni a far quadrare i bilanci di Bondia, una media di 40 pagine, 8mila copie distribuite ogni giorno dal lunedì al venerdì. «Siamo partiti in sei, vincendo la diffidenza locale verso un prodotto considerato scadente perché non ha un prezzo. Sa, in Andorra le poste sono gratuite e non funzionano affatto... Oggi siamo in venti, la testata è letta al bar come nella grande azienda e raccogliamo molta pubblicità», racconta il giovane direttore generale di La Veu del Poble, società andorrana al cento per cento che edita, oltre al quotidiano, due settimanali commerciali e una rivista bimestrale di economia. Tutti gratis.
Riccardo è uno dei pochi italiani arrivati in questo paradiso fiscale sui Pirenei orientali non per mimetizzarsi, al seguito di grandi capitali o imprese off-shore, ma per lavorare nel migliore dei modi. Figlio di Raimondo, uno dei fotografi storici del Gazzettino, il giovane vicentino ha «ritmi di lavoro da nord Italia: qui nessuno ti regala qualcosa e tocca a me decidere ogni giorno con quante pagine uscire a seconda della pubblicità raccolta. Gli andorrani sono abili imprenditori ma resi diffidenti da secoli di isolamento e da pesanti retaggi medievali. Non dimentichiamo che la prima Costituzione l’hanno avuta solo nel 1993».
Andorra è un lembo di terra tra Spagna e Francia, 468 chilometri quadrati racchiusi da picchi elevati che fanno la gioia degli sciatori, senza treni né aeroporto, con due dogane a monte e a valle pronte a chiudersi al primo allarme. «Si vive tranquilli perché ladri e malviventi non hanno scampo» spiega sorridendo Riccardo che lascia sempre la moto aperta, sicuro di ritrovarla. Come lui, altri italiani si sono fatti apprezzare in questa minuscola enclave dove le minoranze rappresentate sono ben diciassette, ma dove gli stessi andorrani doc sono una piccola percentuale, appena il 35,7 per cento su 76.875 abitanti, la maggior parte dei quali spagnoli e portoghesi arrivati nella seconda metà del secolo scorso, solo il 6,6% francesi.
Delle poche, grandi famiglie andorrane cura gli interessi e gli affari un vercellese di 39 anni, Alberto Rossi, originario di Varallo Sesia, il più giovane direttore del più antico istituto creditizio del Principato. In Andbanc dal 2003, dopo studi e prime esperienze lavorative a Barcellona, il catalano (lingua ufficiale) parlato alla perfezione, Rossi è convinto che il regime fiscale privilegiato si stia trasformando in un boomerang per il Principato. «Dobbiamo toglierci questa etichetta di stato off-shore e associarci all’Unione europea come Paese terzo, altrimenti la nostra economia ne soffrirà», sostiene con decisione e aggiunge: «La speculazione degli ultimi anni ha fatto lievitare a dismisura i prezzi degli immobili: oggi per una casa si pagano 7mila euro al metro quadro e i veri super ricchi sono quelli che ancora possiedono un pezzo di terra. A queste condizioni è difficile vivere, benché possiamo vantare un reddito medio di 25mila dollari l’anno».
Non è facile neppure avviare un’attività, in Andorra. Lo sa bene Donatella Locatelli, 43 anni, friulana, che due anni fa ha aperto un’agenzia di pubblicità, la Testa Comunicatió. «Qui non basta esser bravi, occorre essere appoggiati da un andorrano altrimenti non lavori», commenta con una punta di amarezza anche se riconosce che «superate le difficoltà iniziali oggi sono apprezzata proprio perché italiana, con uno stile e una precisione che piacciono».
Dispersi nelle sette «parrocchie», come vengono chiamate le ripartizioni politico-territoriali del Principato che dal 1200 ha per capi di Stato due «principi», il vescovo di Urgell e il presidente francese (un tempo era il conte di Foix, poi il re e l’imperatore di Francia), un capo di governo e nessun esercito, i circa 400 italiani di Andorra «cercano di parlare al meglio il catalano per essere accettati e diventano trasparenti per non attirare l’attenzione», sostiene Susanna Moroni, 36 anni, milanese, pilota di pallone aerostatico. Porta in giro i turisti sulla sua mongolfiera, tre anni fa una fuga di gas le ha provocato molte ustioni e tanto spavento ma non le ha spento la passione per il volo. Per gli abitanti del luogo la giovane è quasi un mito: neppure il fuoco ha saputo fermarla.
«In genere qui l’italiano “fa grácia”» conviene Simona Vicenzi, 40 anni, da undici nel Principato dove lavora come segretaria presso una Ong locale. «Però non possiamo votare, nemmeno alle comunali e potrò ottenere la nazionalità solo se rinuncio alla mia», fa notare Simona che per l’Italia non è sposata (con un andorrano) né ha figli, non trovando mai il tempo di perdere giornate per andare in Spagna, al consolato italiano di Barcellona cui fa capo ad Andorra «e poi trovarsi in cento in coda all’anagrafe».
«È vero, i problemi non mancano anche perché qui non abbiamo una sede consolare», spiega Angelica Turroni, pioniera 17 anni fa nell’importazione di argento nel Principato e presidente di Aida, la prima associazione italiana di Andorra. «All’inizio dell’estate ho pubblicato un annuncio dicendo “Cercasi italiani” e ora ci stiamo trovando, imprenditori e non, per fare gruppo e dar finalmente voce alle nostre necessità».
Prima fra tutte, la questione patente, che in Andorra non è riconosciuta per mancanza di accordi tra i due Paesi. «Vivo la situazione assurda di non poter girare con targa italiana in quanto residente - spiega Sandrini - però se vengo fermato su un’auto andorrana vengo multato perché il mio documento non vale. Così collezioni infrazioni: 60 euro ogni volta e tanta, davvero tanta rabbia».