Tra italiani e inglesi un’infinità di confronti, dalla Loren alla Taylor, da Galileo a Darwin

Loro ci sbattono in faccia i Beatles e a noi non resta che l’Equipe 84. Loro se la tirano con Shakespeare e noi ci lucidiamo il nostro Dante. Magari facendolo declamare a Roberto Benigni: gol garantito. Loro si coccolano Dickens e noi abbiamo l’imbarazzo della scelta: Leopardi, Pirandello, Montale. E chi mai non parla di Charles Darwin? Vabbè, non si è mai smesso di ricordare Leonardo, Galileo e perfino Marconi. Poi certo, loro hanno ancora una regina che si rispetti e noi ci sorbiamo un nipote di re che va in tv ad imparare i mestieri. Ci rifacciamo in altri campi. Giocano con le belle donne. Ricordate Vanessa Redgrave o l’impossibile Liz Taylor? Basta sfogliare il nostro album e sceglierne due a caso: diciamo Sofia Loren e Stefania Sandrelli. Alla faccia del niente sesso siamo inglesi (autogol epocale), rispolveriamo la Laura Antonelli di “Sesso matto”.
Insomma noi italiani e loro inglesi non la smetteremmo più. E non basterà una vittoria o una sconfitta a cambiare l’aria, comunque si guardi il gioco del pallone di cui si dicono (honoris causa) maestri. Loro ci rinfacciano Mario Balotelli dimenticando di guardarsi indietro: da Gazza Gascoigne al penultimo Wayne Rooney. A parte Stanley Matthews, e forse Bobby Charlton, non si riconoscono altri Sir. Siam tutti capaci di correr dietro a un pallone, ma poi bisogna vedere come si tira in porta. Gli inglesi lo hanno fatto meglio fino agli anni Settanta, in epoche recenti gli abbiamo rovinato la memoria.
C’è di tutto un po’ quando si parla di Italia e Inghilterra, eterna altalenanza di pro e contro, di vittorie e sconfitte. Loro si sentono maestri e noi gli roviniamo le illusioni. Il loro superiority complex viene annientato dal nostro “chi fa da sè fa per tre“. Qualche volta basta essere in due, com’è capitato ai fratelloni Abbagnale che alle Olimpiadi di Seul, hanno messo sotto a suon di vogate Steve Redgrave, un monumento olimpico (cinque ori in cinque edizioni diverse) e Andy Holmes. Salvo inchinarsi quattro anni dopo ai fratelli Jonathan e Greg Searle. Brutti momenti per gli inglesi figli delle mitiche regate fra Oxford e Cambridge: come sopportare due fratelloni sbucati dal guscio di Castellamare di Stabia?
Gli inglesi nello sport si sentono maestri in tante cose e l’Italia nostra si è sempre inchinata nel rugby, non li ha seguiti in sport di squadra come cricket e hockey prato, prendendosi sane rivincite fra basket e pallavolo dove sono rimasti al livello di allievi. Ma se parlate di maestri, loro non mancheranno di ricordarvi l’arte nella noble art, che noi più mestamente chiamiamo boxe. Jack Broughton nel 1700 è stato uno dei pionieri delle regole tramandate dalla storia. Ma poi se vogliamo confrontare.... Primo Carnera il nostro gigante è stato molto più famoso dei giganti loro: il barone Henry Cooper, Joe Bugner o il più recente Lennox Lewis. Tiberio Mitri ha trovato gli ultimi bagliori contro Dick Turpin per il titolo europeo dei medi. Alain Minter, invece, è stato l’uomo degli ultimi pugni subiti da Angelo Jacopucci che, dal ring di Bellaria, finì al cimitero. A sua volta Vito Antuofermo non venne fermato dai pugni di Minter, ma dai punteggi dei giudici. Invero la boxe inglese ha continuato a sfornare campioni e realtà, la nostra si è arenata. Touchè!
Ma come dimenticare le battaglie fra Giacomo Agostini e Mike Hailwood, proprio in questi giorni che si celebrano i 70 anni del nostro campione. Ago interruppe la serie di successi dell’inglese e cominciò la sua era. L’atletica è stata terra di conquista in specialità diverse. Pietro Mennea sconfisse Alan Wells alle Olimpiadi 1980, ma quello era scozzese pur sotto bandiera britannica. Invece ai Giochi di Tokyo ’64 Abdon Pamich si ingoiò Paul Nihil in 50 km di marcia, e quattro anni dopo, a Roma, arrivò terzo inchinandosi all’oro di Dan Thompson. Luigi Beccali vinse i 1500 metri alle Olimpiadi di Los Angeles ’32 davanti a Jerry Cornes. Alberto Cova, nel 1984 sempre a Los Angeles, conquistò i 10mila metri davanti a Mike McLeod, atleta che non lucidò la carriera con molto altro e, invece, venne ricordato come zio del poeta Adam Andrew McLeod. Poi noi gli abbiamo soffiato Fiona May che per l’Italia ha conquistato medaglie pregiate.
Il conto vittorie-sconfitte vive sull’equilibrio, ma con una sostanziale differenza: gli inglesi, mediamente, ricordano solo le vittorie. E se nel ciclismo cominciano a metter la ruota davanti solo ora con Cavendish, noi possiamo sempre sventolare la bandiera rossa del Cavallino Ferrari che, nonostante l’accanimento di Williams, Mc Laren e Lotus, tien botta da anni. Certo, poi loro hanno scoperto Lewis Hamilton, primo pilota nero della F1 e vinto il mondiale, mentre la Ferrari si è affidata alla legione straniera. Poco male, c’è sempre tempo per rifarsi. I Beatles sono nati una volta sola.