Italiani nel mirino dei talebani Altro attentato, militari illesi

Ordigno al passaggio del contingente: autoblindo danneggiata. Secondo attacco in una settimana

Kabul - Per la seconda volta in meno di una settimana i soldati italiani sono nel mirino dei talebani, che rialzano la testa anche nell’Afghanistan occidentale. Ieri, nella tarda mattinata, un ordigno è esploso al passaggio di un mezzo del nostro contingente nella provincia di Farah, la più «calda» nel settore controllato da circa 900 uomini di base ad Herat.
Per fortuna si trattava di un Vtlm Lince, i nuovi veicoli inviati in Afghanistan, che hanno una blindatura migliore. I militari coinvolti sono rimasti scossi, ma non si segnala alcun ferito. La parte anteriore del mezzo, immobilizzato dall’esplosione, è stata seriamente danneggiata. I militari che erano a bordo sono stati subito recuperati dagli altri 3-4 veicoli che facevano parte della colonna in missione di pattugliamento.
L’ordigno viene chiamato in gergo Ied, ma spesso si tratta di rudimentali trappole esplosive, che negli ultimi tempi stanno diventando sempre più micidiali. Il sospetto è che i talebani stiano copiando le tecniche irachene, non solo con gli attacchi kamikaze, ma pure nel confezionamento di Ied più devastanti. Non è il caso dell’attentato di ieri avvenuto poco distante da dove un’altra pattuglia italiana è stata attaccata con armi automatiche leggere martedì scorso. Un proiettile aveva oltrepassato il braccio sinistro del sergente Davide Bernardin, del IX reggimento Col Moschin, che ha risposto al fuoco.
In gennaio e febbraio sono stati registrati una dozzina di gravi attacchi e attentati nella provincia di Farah, la più a sud del settore comandato dagli italiani e a maggioranza pasthun, il serbatoio etnico dei talebani. Il più sanguinoso è avvenuto il 12 marzo, quando una bomba telecomandata ha fatto saltare in aria un convoglio con il capo di un distretto della polizia locale e nove agenti. Nessuno è sopravissuto.
Gli obiettivi preferiti dai talebani sono i poliziotti afghani o i reparti dell’Ana, il nascente esercito di Kabul. I fondamentalisti attaccano soprattutto i posti di blocco isolati o utilizzano kamikaze. I distretti più a rischio sono quelli di Bakwa, che un mese fa venne occupato per un giorno da trecento talebani armati fino ai denti, Bala Buluk e Delaram. Un fronte che minaccia la strategica strada da Kandahar, ex capitale spirituale dei talebani, fino ad Herat, sede del comando italiano.
Nell’ultima settimana sono stati segnalati dieci incidenti con i talebani, in aumento rispetto a quella precedente. Secondo fonti di intelligence i fondamentalisti si stanno infiltrando nella provincia di Farah, da quella vicina di Helmand, dove la Nato sta raccogliendo i primi frutti dell’operazione Achille, lanciata da 4.500 uomini dell’Alleanza atlantica e mille soldati afghani.
Il generale olandese Ton van Loon, comandante del fronte sud, ha dichiarato ieri che «Achille sta dando dei risultati positivi. I nostri sforzi erodono le capacità di combattimento dei talebani». Inoltre il tentativo di inviare rinforzi dal Pakistan, compresi decine di arabi legati ad Al Qaida, sarebbe stato bloccato. Come ogni guerriglia che si rispetti i talebani si stanno piegando in Helmand, aspettando che passi l’offensiva e ripiegano nelle province vicine, a cominciare da quella di Farah. La missione degli italiani è contrastare le infiltrazioni e in questo modo le possibilità di scontri e attentati aumentano. L’intelligence segnala inoltre che i talebani in fuga potrebbero riposizionarsi anche nella provincia di Ghor, sempre sotto comando italiano, ma ben più sguarnita anche per quanto riguarda le forze di sicurezza afghane.