Gli italiani non erano un bersaglio

«Se nel mirino ci fosse stato davvero il nostro Paese, c’erano alberghi e villaggi dove i connazionali sono più numerosi»

Gian Marco Chiocci

da Roma

Occidente e Paesi arabi moderati. Due obiettivi al prezzo di un’unica strategia disegnata dagli architetti del terrore assoldati da Al Qaida. Londra e Sharm el-Sheik sono realtà distanti all’apparenza ma rappresentano la sintesi perfetta di ciò che la rete di Bin Laden punta a demolire in quest’escalation di attentati: città multietniche occidentali o occidentalizzate, dove le realtà culturali e religiose più lontane convivono in pace, democraticamente, sotto lo stesso cielo e con le stesse regole.
Chi ha spedito i kamikaze nel suk e negli alberghi dei turisti - spiegano al Sismi - punta a disarticolare le fondamenta di quei Paesi arabi non ostili all’invasione della coalizione in Irak, alle prese con una forte opposizione radicale interna, fautori di comuni iniziative repressive contro il terrorismo. «Non si tratta di coincidenze, ma di messaggi espliciti, simbolici», osserva un analista di Forte Braschi. Si colpisce in concomitanza con la celebrazione del cinquantatreesimo anniversario della Rivoluzione del 1952. Si sceglie il giorno in cui il presidente egiziano Mubarak annuncia il rinnovo della sua candidatura. Si prende di mira il luogo più affollato e più vicino possibile alla sua residenza estiva (l’hotel Moevenpick). Si punisce il Paese dei trattati di pace. Come a Luxor nel 1999, si distrugge l’economia, e l’immagine, di chi vive essenzialmente di turismo.
«Ma soprattutto - continua lo 007 - forse grazie alla connivenza di bande di beduini le cellule egiziane sono riuscite a dimostrare al mondo quanto fossero inutili le misure di prevenzione adottate dal governo intorno agli alberghi all’indomani delle esplosioni di Taba e Ras Shitan del 7 ottobre 2004. È stata l’ennesima prova di forza, un po’ come il bis concesso nella metropolitana di Londra...». Quanto all’Italia, «se davvero avessero voluto far del male ai nostri connazionali avrebbero agito in maniera differente individuando alberghi e villaggi dove la presenza italiana è notoriamente più numerosa».
Ma dove Al Qaida ha voluto giocarsi tutto è stato sulla città che nel novembre scorso ospitò il summit internazionale contro il terrorismo con 20 ministri (fra cui i rappresentanti dei Paesi del G8) per dibattere sul futuro dell’Irak, giungendo a concludere con un plauso «ai passi compiuti per stabilire la democrazia» e un incoraggiamento al governo ad interim «a continuare il processo politico organizzando elezioni generali». A pochi giorni dall’apertura di quel summit tre familiari del premier Allawi furono sequestrati in Irak e il gruppo dei «Fratelli Musulmani» urlò il suo disappunto parlando di evento grave che avrebbe «dato legittimità all’occupazione americana» in Irak e che porterà «catastrofi e tragedie».
Dopo la conferenza di Sharm - continua la fonte dell’intelligence - il giornale arabo-londinese Al Quds al-Arabi cominciò ad analizzare le critiche a Mubarak, segnalando il commento di un importante esponente del partito nasseriano, che si chiedeva come si potesse «coniugare la convocazione di un summit sontuoso e imponente con i massacri che in questo momento hanno luogo a Falluja, Ramadi, Mosul, Samarra, Ba’quba e Bagdad». Dalle colonne di Al-Usbu e di altri fogli arabi seguirono interventi a tema, critici contro l’iniziativa di Sharm el-Sheik ma con l’obiettivo implicito di mettere in difficoltà Mubarak, che in settembre corre per il quinto mandato presidenziale. «Non è escluso che anche per il presidente egiziano le filiere di Bin Laden possano aver pensato a un crescendo di attentati per provocare un “effetto-Zapatero”, che poi è lo stesso temuto per l’Italia in occasione delle elezioni della prossima primavera».
Una carta che Al Qaida potrà giocarsi ancora, approfittando di un contesto nel quale - secondo un rapporto della Cia - una buona fetta delle forze armate e di polizia egiziane simpatizzerebbe per lei.
Per questi ordini di fattori, che si ricollegano al proclama di Bin Laden nel 2002 verso qualsiasi Paese arabo appoggiasse l’Occidente nella sua crociata contro i Paesi musulmani, la rivendicazione delle brigate «egiziane» Abdallah Azzam (dal nome del padre spirituale di Osama, il palestinese residente a Peswar in Pakistan, ideatore della jihad internazionale e dei gruppi di mujaheddin contro i russi) viene presa maledettamente sul serio.