Gli italiani in pensione rimangono nella Confederazione

«La patria è dove si vive bene» dice, citando il Manzoni, Attilio Pandini, per 40 anni corrispondente della Rai in Svizzera: dove si stabilì a Ginevra, nel 1967. E dov’è rimasto anche quando, conclusa l’attività professionale, sarebbe potuto tornare in Italia, nella sua Chiavenna, con cui ha mantenuto legami affettivi e culturali. Non sufficienti, però, per giustificare un rientro definitivo.
In tanti anni, trascorsi nella Confederazione, Pandini, sempre italiano di passaporto, si è fatalmente «elvetizzato». «Tel chì el svizer», si sente dire, quando sale in Val Chiavenna, dai compaesani che ormai lo considerano uno straniero. «Ed è veramente così - confessa -. Nell’Italia di oggi, senza dubbio più ricca ed evoluta di un tempo, ma sempre facilona e improvvisatrice, non mi ritrovo. Non è più una questione di tenori di vita diversi: oggi si equivalgono. È, invece, una questione di mentalità, maturata in un Paese dove i servizi funzionano, le tasse, più o meno, le pagano tutti e non si gettano le cartacce per terra. Insomma, abitudini quotidiane che per finire contano di più delle vecchie nostalgie. E, soprattutto, contano da anziani».
Anche per Pierangelo Gramisci, arrivato dalla Calabria con la grande ondata migratoria degli anni Sessanta, gessatore prima a Winterthur e poi a Pregassona con una piccola azienda in proprio, è suonata l’ora della pensione. E quindi di una scelta: fare le valigie o restare? I Gramisci, marito e moglie, ma non le tre figlie ormai «ticinesizzate», hanno tentato il ritorno in patria, nella vecchia casa di Plataci, provincia di Catanzaro. «Ci siamo rimasti quattro mesi: abbastanza per renderci conto che eravamo degli estranei, anche per ragioni generazionali. Oltretutto, l’euro aveva eliminato qualsiasi vantaggio economico. Insomma, laggiù, eravamo emarginati, mentre in Ticino, ci sentiamo pienamente integrati». E così, rovesciando le previsioni fatte tanti anni prima, i Gramisci hanno rinunciato a trasferirsi, da pensionati, nel paese d’origine: «È un bel posto per le vacanze. Ma viverci tutto l’anno è un’altra cosa».
Alla stessa conclusione è giunto Antonio Niceta, originario della provincia di Milazzo, dal 1963 a Lugano, dove si è giocato il suo destino: «Qui ho trovato lavoro e benessere, qui ho cresciuto i figli, e qui adesso mi godo la pensione. Tornare in Sicilia? Non ci penso neppure, vacanze a parte». Questo è il leit-motiv che accomuna le dichiarazioni di molti pensionati italiani: spesso, e può sembrare una contraddizione, conservano la nazionalità, ma in Patria non tornano.
E la tendenza è destinata ad accentuarsi: oggi un terzo dei lavoratori stranieri, raggiunto il pensionamento, preferisce restare stabilmente in Svizzera, un altro terzo fa il pendolare fra la Confederazione e il paese d’origine. Soltanto un terzo, una minoranza in continuo regresso, decide di andarsene definitivamente. In cifre: dai 63mila rimasti, nel 1995, si passerà a 122mila nel 2010. Dunque un fenomeno in rapida evoluzione. Secondo i sociologi si registra la crescente presenza dei cosiddetti «né-né»: non più stranieri e non ancora svizzeri.