Italiani popolo di poeti, santi, e... scrittori

Un tempo era un sogno: si mandava un manoscritto a una casa editrice e si sperava di essere notati per lo stile e le proprie capacità. Ora fioriscono scuole di scrittura, creativa e non. Insegnano ogni cosa e soprattutto che prima di scrivere si deve leggere

Italiani, popolo di scrittori. Romanzieri e poeti. Migliaia di blog aperti su internet. Un giovane su dieci, tra i 10 e i 24 anni, ha già il proprio diario on line. Decine di concorsi letterari «per principianti». Migliaia di iscritti alle centinaia di scuole di scrittura creativa aperte in tutte le regioni dello Stivale. Da Torino a Trieste. Da Castelfidardo a Reggio Calabria. Isole comprese. E pensare che per decenni nel nostro Paese nulla si è mosso, mentre negli Stati Uniti fiorivano i corsi di «creative writing», abbattendo la barriera del fenomeno di moda e il semplice costume e valicando le porte dei prestigiosi atenei a stelle e strisce. Contagiando, nelle vesti di docenti, personaggi di primo piano della letteratura d'Oltreoceano come Paul Auster e Raymond Carter, curatori di lezioni di scrittura creativa nelle università più prestigiose.
In Italia i primi esperimenti di vere e proprie scuole si intravedono solo alla metà degli anni ’80. Uno dei pionieri è Giuseppe Pontiggia, lo scrittore lombardo scomparso nel 2003, che, nel 1985 a Milano, fonda una serie di incontri al pubblico al Teatro Verdi, in zona Isola. A chi glielo domandava il maestro rispondeva che le scuole servono soprattutto per insegnare a leggere. «Si può frequentarle per migliorare la qualità del comunicare - diceva -. Oppure perché si ha in mente di diventare scrittori. Soprattutto, ed è questa la loro funzione più meritoria, insegnano a leggere, a godere del piacere ormai perso di prestare attenzione a un testo letterario. Ci riescono perché concentrano l'attenzione dello studente sulla collocazione delle parole all'interno della frase, sulla costruzione più o meno particolare di un dialogo, sullo stile di un autore; aumentano, in altre parole, la possibilità di fruizione della parola scritta e ne moltiplicano all'infinito le occasioni di incontro». L'attività propedeutica alla parola scritta di proprio pugno è, dunque, fare esperienza della parola scritta da altri. Una sorta di apprendimento per accumulazione da sperimentare attraverso la lettura.
La prima scuola italiana è la Omero, di Roma. Vede la luce nel 1988, i fondatori, e attuali responsabili, sono Enrico Valenzi e Paolo Restuccia. Studioso di critica letteraria e sceneggiatore il primo, antropologo e impiegato alla radio il secondo, si incontrano per aprire la scuola e l'omonima rivista, datata 1992. Alla cattedra, nel corso degli anni, si alternano numerosi scrittori. Il primo docente è Vincenzo Cerami. Lo seguono altre penne illustri della galassia editoriale italiana come Lidia Ravera, Sandro Veronesi, Giancarlo De Cataldo, Tommaso Pincio, Susanna Tamaro, Marco Paolini. Il metodo è quello del laboratorio, che ha come scopo la realizzazione pratica di un testo. Un sistema, si legge nel manifesto della scuola Omero, «che unisce il lavoro individuale dell'allievo alla correzione dell'editor e al riscontro in aula, tutto finalizzato a un prodotto concreto. Non è un corso né un seminario. In questo modo gli allievi sono considerati degli scrittori potenziali, non studenti e nemmeno paternalisticamente degli amici o discepoli, che vengano plasmati a propria immagine e somiglianza. La scuola rappresenta la ricerca continua di un rapporto ideale con le storie e con i lettori di storie. Immaginiamo la scrittura creativa come forma di gioco, drammatizzazione e spettacolo in un'esperienza corale, oltre che individuale. Ogni scrittura deve incontrarsi e cambiare pelle a contatto con tutti i linguaggi e generi possibili. Narrativa, cinema, tv, poesia, radio, teatro e ancora giallo, noir, rosa, western, sit-com. Ogni forma narrativa potrà arricchire le altre e tornare diversa dai suoi viaggi esplorativi, che possono portare anche verso territori contigui e paralleli a quelli della scrittura, come quelli della formazione, del management culturale, della traduzione, della critica, dell'editoria e della multimedialità». In questo caso l'idea è quella dell'imparare facendo, apprendimento per prove successive. Con la garanzia che se i risultati saranno di qualche successo la scuola aiuterà l'allievo nella ricerca di un editore e nella distribuzione. Segue elenco di «quelli che ce l'hanno fatta», inclusa bibliografia. La migliore pubblicità per tutti gli aspiranti scrittori.
Nel vasto panorama italiano un posto di primo piano se lo sta ritagliando anche la scuola Holden di Torino. Il nome, che rimanda al protagonista di Catcher in the Rye («nella speranza che Salinger non lo venga mai a sapere» come si legge nella home page del sito della scuola) è anche la bandiera di uno stile. Niente esami, materie, insegnanti. Pochi vincoli, insomma, e molta voglia di creare. Nata nel 1994 con l'intento di inaugurare un percorso di studi è stata frequentata fino a oggi da migliaia di allievi provenienti da tutta Italia e da più di 350 docenti. I proprietari sono Alessandro Baricco, che ne è anche direttore didattico, Alberto Jona, Savina Neirotti e Antonella Parigi. Il corso, ospitato in una palazzina liberty che si affaccia sul parco del Valentino, già laboratorio tessile, dura un anno e la finalità è insegnare a narrare, e le diverse tecniche della narrazione, in diverse forme. Film, poesia, spot, giornalismo, romanzi veri e propri. Oltre alle lezioni aperte a tutti è stato messo a punto anche un master, della durata di due anni. Aperto a 25 allievi per ogni biennio si propone di aiutare i giovani (dai 19 ai 30 anni) che mostrano un talento particolare a diventare autori, una possibilità concreta di affermarsi. Oltre a una formazione culturale e professionale utile per «scardinare» le (alte) barriere all'ingresso dei mercati del lavoro ad alto contenuto di narrazione: editoria, cinema, giornalismo, teatro, televisione, pubblicità. I costi sono paragonabili a quelli di un master universitario di alto livello: circa 12mila euro in due anni, con la possibilità, però, di ricevere alcune borse di studio.
Dunque imparare a scrivere è possibile. «Scrivere è un'arte e come le altre arti - diceva David Lodge - anche la scrittura è governata da leggi, metodi e regole». E così i corsi tentano di insegnare come costruire e usare i personaggi, come dare ritmo all'intreccio, come sfruttare al meglio una buona idea e strutturare una storia.
Ma c'è anche chi pensa che i corsi di scrittura siano completamente inutili. Gordiano Lupi, caporedattore della rivista Il foglio letterario lo ha sostenuto addirittura in un libro dal titolo esplicito: Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura. Manuale per difendersi dagli scrittori inutili. Un'invettiva contro «lo scadente panorama letterario italiano e contro quello specchio per le allodole che sono, appunto, le scuole di scrittura». Spesso messe in piedi da scrittori alla moda «che scrivono storie insensate, ma ben funzionanti secondo i canoni del mercato».
Intanto le file alle porte delle scuole aumentano, i corsi si moltiplicano e i siti per blog fanno affari d'oro con i banner pubblicitari, che si moltiplicano in base al numero di contatti ricevuti. Che sia proprio il computer, accusato spesso di «deviare» l'attenzione dalla parola impressa sulla carta, a restituire agli italiani la voglia di leggere? E, perché no, quella di scrivere, secondo la lezione di Pontiggia?