Italiani prigionieri in casa: «Ci hanno detto che comandano loro»

«Quelli dell’altra sera non erano certamente persone che hanno un lavoro e una famiglia. Si aggiravano per le strade con spranghe e coltelli. Indisturbati. E noi ci siamo dovuti nascondere nei portoni. Noi, a casa nostra. Ci hanno detto che qui comandano loro». Il giorno dopo la guerriglia in via Padova per vendicare la morte di un egiziano, gli italiani sono pieni di rabbia. Guardano le loro case, quelle degli immigrati che ormai qui sono la maggioranza e scuotono la testa. «Lo stato non esiste, questa situazione è incontrollabile. Loro sono i padroni. È gente che non ha nulla da perdere, senza un lavoro e senza un documento. Chi li ferma?». Racconta chi vive in questa zona da trent’anni che prima non era così. Via Padova, Predabissi, Conegliano: era una bella zona, un piccolo paese popolato da italiani. Poi sono iniziati ad arrivare gli stranieri, quindici anni fa. E negli ultimi 5/6 anni la grande ondata di sudamericani. Ora ci sono i cinesi. «Vogliamo la riqualificazione della via - chiedono i rappresentanti del Comitato cittadino “Riprendiamoci Milano“ -. E non si fa soltanto ristrutturando gli stabili. Via Padova sono quattro chilometri di via, con due moschee una al 144 e un’altra al 366. Qui si vive male, le ragazze non possono uscire che vengono subito importunate. Se hai il cane, ti difendi un po’. Le strisce blu non servono, ci vuole un presidio fisso di polizia».
Dicono i milanesi che sono rimasti in via Padova che ormai qui sono le Banlieue al contrario: sono loro, i cittadini che se le cose vanno avanti così, esploderanno e non gli immigrati. «Non c’è un identikit per questo problemi, l’unico identikit valido è il degrado», continuano dal Comitato. E che non gli vengano a parlare di integrazione, di dialogo e di apertura. «Sono loro gli immigrati, i primi che non si vogliono integrare. Continuano a dirci che in Italia l’immigrazione è stata come in altri Paesi, ma non è così. Si parla con gli slogan del ’68 e si affrontano i problemi con gli stessi parametri, ma il vero proletariato adesso, siamo noi italiani». Che stanno da una parte del marciapiede mentre dall’altra i nordafricani inneggiano ad Allah e invocano una legge che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle norme. Ci prova Paolo Branca a indicare una possibile soluzione, professore di lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano. «Io sono nato in questo quartiere, ci torno sempre volentieri. Ho tanti amici e un bel ricordo. Voglio che si continui a vivere in pace, è una grande sfida. Ma dobbiamo tirare fuori le energie migliori per farla. La forza della democrazia è quella della gente che non si rassegna». Eppure sui volti dei milanesi di via Padova, ora ci sono soltanto i segni di una paura e di uno sconforto che dura da anni. «Qui siamo come in Olanda, dove i cittadini hanno perso contro gli stranieri. E la cosa peggiore è che siamo soltanto all’inizio. Tempo tre o quattro giorni e inizieranno ad ammazzarsi un’altra volta».