Gli italiani scoprono che la crisi è globale

Nessun uomo di senno potrà negare che la crisi eccede in
larghezza e in lunghezza dal governo presente: ovvero ha portata
mondiale in senso spaziale e proviene da fattori a lungo pregressi in
senso temporale

Con che spirito tornano gli italiani al­la realtà di settembre? L’estate pur breve li ha profondamente cambiati. Vi erano entrati ancora spaccati su Berlusconi, convinti che il principio del Bene o del Male portasse il suo nome. E ora vi escono come se Berlusconi non esistesse o comunque non influisse più in modo determinante, convinti ormai che i problemi siano d’altra natura, non legati a uomini, nazioni, comportamenti domestici. Ma a eventi economici, atmosferici e mondiali. I cicloni hanno almeno nomi di donna, e questo li rende più umani e divini, pur nella loro minacciosa potenza; le crisi economiche non si chiamano invece Irene o Giovanna, si mantengono anonime, però la furia dei loro uragani lascia devastazioni più tremende.

Che Italia torna a settembre? Un’Italia impaurita e dolente, viene spontaneo rispondere. Forse smarrita ma senza alibi di sorta, costretta a non cercare appoggi e ripari, a non invocare un padre o un patrigno a cui delegare la responsabilità degli eventi. Nessun uomo di senno potrà infatti negare che la crisi eccede in larghezza e in lunghezza dal governo presente: ovvero ha portata mondiale in senso spaziale e proviene da fattori a lungo pregressi in senso temporale.

Trema l’Occidente e chiama in causa gli ultimi tre-quattro decenni. Anche il nostro capitalismo, così rachitico e assistito, in fondo ha poche colpe rispetto ad una crisi che riguarda soprattutto il capitalismo finanziario globale, fondato sull’economia speculativa e irreale. E il Welfare che qualcuno rimpiange e qualche altro ritiene ancora la madre di tutte le crisi seguenti, investe il modello europeo in tutte le sue latitudini - cristiano-demo­cratico, social-democratico, nazionale e laburista - non è certo solo cosa nostra. I nostri guai specifici, si sa, sono l’inadeguatezza della politica alle grandi decisioni, così obesa e così fragile, con uno Stato grasso e inabile; il peso della malavita organizzata che incide in tutti i settori sociali ed economici e infine le brutte abitudini civiche di un paese viziato.

Gli italiani si ritrovano così improvvisamente adulti, maggiorenni, con le chiavi di casa in mano, anche se la loro casa è in parte ipotecata e in parte occupata da inquilini abusivi. Per tutta l’estate hanno ripetuto, con più forza che in passato, il mantra sconsolante: dobbiamo stringere la cinghia, andiamo incontro ad un buio futuro, altri morti - nel senso di imprese che chiudono, disoccupazione che sale insieme ai prezzi - vedremo per strada, sperando di non essere noi e i nostri cari tra quelli. Cogliamo del clima di serietà che si avverte, almeno un lato positivo oltre quelli vistosamente sconfortanti: possiamo metterci a dieta davvero come Paese, assumerci più vere e severe responsabilità, essere più inflessibili nell’esigere tagli alla politica e nel selezionare priorità, strategie e persone.

E reagire da adulti alla crisi, con scelte più motivate e meno emotive. Insomma, possiamo rianimare il legame sociale, base indispensabile di ogni comunità e da lì ripartire, come accade dopo una guerra o una catastrofe. Sul piano del governo settembre non va considerato come il mese in cui si vendemmiano le vendette a lungo covate e si compiono riti espiatori. Il progetto dovrebbe essere quello di rafforzare la squadra, integrare la compagine, riaprire ponti e prospettive.

Non si tratta di imbarcare altra gente al governo, ma di potenziare i posti strategici e comporre una specie di unità di crisi. È dannoso cercare il capro espiatorio della crisi, fosse anche un Tremonti che del sacrificio ha fatto la sua bandiera. Capisco l’esigenza di immolare una vittima sacrificale negli atti di fondazione e di rigenerazione, come insegna René Girard, giova a saldare le unioni ed esorcizzare i mali; ma la parola d’ordine sia rafforzare e non eliminare. Si possono disegnare nuovi equilibri e allargare gli assetti, così ridimensionan­do il peso eccessivo di alcuni soggetti in campo, Bossi in testa; si può puntare su nuove acquisizioni, personalità qualificate o gruppi rilevanti, anche nella prospettiva delle future elezioni.

Ma è meglio rinunciare a questa specie di roulette russa che si invoca talvolta, con la pistola puntata sul traditore di turno. In un Paese avvilito e spaventato, meglio procedere per integrazioni che per decapitazioni, puntando a rafforzare e non solo e sempre a tagliare. Non costruiamoci un Gheddafi espiatorio ad uso interno.