Gli italiani secondo Prodi?Curvi sotto i sacrifici

Stimabilissimo dottor Granzotto, mi perdoni e mi conceda un piccolo sfogo sull’argomento di maggiore attualità: il duello tv tra i due leader politici. Ho ascoltato con paziente e religiosa attenzione lo scontro cronometrato, molti dei dibattiti che lo hanno seguito, nonché le valutazioni demoscopiche dell’avvenimento. Il mio giudizio? Una faccenda sconvolgente e disgustosa, contemporaneamente soporifera e irritante. Tanto valeva organizzare interviste separate sugli stessi argomenti e poi mostrarle appaiate. La formula sembra comunque azzeccata per consentire a Prodi di cavarsela senza aver nulla da dire e molto da nascondere, e per mettere in imbarazzo Berlusconi, mortificando la sua volontà di comunicare e di combattere. Non ne ho tratto alcuna informazione addizionale dal punto di vista elettorale, ma, piuttosto, una generale lezione politica che non vorrei fosse sfuggita ai più. Nelle modalità cosiddette “americane” del dibattito, giunte ad aggravare le già insopportabili cineserie della “par condicio”, ho visto uno spaccato della società auspicata da Prodi e dai suoi sodali, indomiti sostenitori delle “regole”, per i quali, il modello di riferimento, sembrerebbe ispirarsi al criterio, utilizzato in ambienti militari, del “metro di carta igienica per uomo e per giorno”. Le esigenze individuali e reali non sono nemmeno prese in considerazione, chi ha molto da dire viene rapidamente costretto al silenzio e chi non ha nulla da dire riesce a cavarsela con enunciazioni generiche e prive di contenuti. Passando dal particolare al generale, il disegno politico emergente appare indirizzato a un appiattimento sistematico, ai livelli più bassi, degli individui e dell’intera società, con l’obbiettivo di una parità imposta dall’alto, evocatrice dei sistemi massificanti e fallimentari anche di recente memoria. Ovviamente non si tratta di una novità perché tale tendenza appare, nelle proposte della sinistra, ad ogni piè sospinto, come nella scuola, nella distribuzione del reddito, nella protezione sociale, nelle quote rosa, ecc. e che, come ormai ben sappiamo, si presta purtroppo ad abusi, sprechi e privilegi indecenti. Capisco che l’essere valutati per la produttività e l’impegno, per la qualità e l’originalità, e, in politica, per la sincerità e la chiarezza, costituisca una fatica aggiuntiva e che possa determinare l’emersione dei più dotati, a danno dell’auspicata uguaglianza, ma, nel difficile mondo dei nostri giorni, credo che la soluzione dei problemi sia da cercare più nella coltivazione delle differenze, e quindi nello stimolo all’eccellenza, piuttosto che nella loro sterilizzazione. Nessun agricoltore, se ha un campo più fertile, cerca di abbatterne la fertilità per un criterio di giustizia, così come, per un ammalato grave, non si sceglie un medico per la sua totale adesione all’istruzione e alla sanità pubblica ma, piuttosto, per la sua collocazione ai vertici della categoria per capacità, conoscenza e abilità, senza per questo preoccuparsi di favorirlo nei confronti dei suoi colleghi meno dotati. L’ormai prossima scadenza elettorale ci dirà quale Italia auspicano i nostri concittadini, se quella del declino paritario e garantito, che a me piace definire “delle pezze nel sedere e del gamellino in mano” o quella dell’accettazione delle sfide che, da sempre, gli individui e le società hanno dovuto affrontare per sopravvivere e prosperare. Potendo dare un avvertimento agli elettori, direi loro di non illudersi che le scelte siano ripercorribili a piacere, tutte le nostre scelte sono irreversibili, e spesso le peggiori conseguenze sono l’effetto di scelte apparentemente ininfluenti, come il famoso fiocco di neve che rotolando, rotolando si trasforma in valanga.



Complimenti, caro Giannini. Lei dà degli interventi di Romano Prodi una lettura ineccepibile. Cos’altro ci si poteva aspettare da testa quedra se non cascami di Rousseau, querulo egalitarismo, un po’ di Prudhon, una generosa manciata di utopismo, la menata dei «bassi» oppressi dalle «spalle robuste» e la chiamata al sacrificio? L’uomo è quello, con la sua aria da quaresima, il piattume e la noia del suo pensiero, la visione dopolavoristica della vita. Ricorda molto Oscar Luigi Scalfaro prima maniera, quello della Commissione censura, quello del ceffone alla signora troppo scollata. D’altronde, dalla stessa parrocchia vengono. Di uno ce ne siamo liberati (non sapendo dove sistemarlo perché se ne stesse tranquillo, è stato nominato, lui che l’unica Resistenza che conosce è quella per restar incollato alle poltrone, a capo della Associazione partigiani). In quanto al secondo, il 9 aprile è qui che bussa. Se vogliamo, possiamo farcela.
Paolo Granzotto