Italiani sommersi dalla società delle nozioni

Boom dell’informazione futile. Così è scoppiata la moda dei «trivia books» che abbinano, al gusto della lettura, il piacere di rispondere a domande inutili. E la tv fa scuola

Stefania Vitulli

«È triste dirlo, ma al giorno d’oggi c’è una gran scarsità di informazioni inutili», sussurrava Oscar Wilde all’orecchio del Novecento. E il secolo successivo ha risposto al sussurro con il fragore di una cascata. Una cascata di informazioni inutili. Ma assolutamente solubili in qualsiasi conversazione e tanto, tanto divertenti: quanto era lunga la prima strada pavimentata, come ci si lascia in giapponese, di quante ossa è fatto lo scheletro umano, quali sono i nomi delle venti antiche divinità norvegesi sono informazioni di cui ciascuno di noi può fare a meno, persino i bambini, ma che riescono a catturare la nostra attenzione in modo quasi ipnotico. Un fenomeno dilagante e inarrestabile, che nel mondo anglosassone è stato battezzato quest’estate con il neologismo jolt culture.
Il jolt (letteralmente «scossa») è quella nozione, antica o nuova, che lascia per un istante a bocca aperta, lo «strano ma vero» che dovrebbe, appunto, dare una scossa al nostro schedario di informazioni e rimescolare le carte. Il jolt è più di una storiella e meno di una lezione di storia. Per capirlo e farlo nostro basta una buona base di cultura generale e un po’ di curiosità. Per esibirlo con gli amici, i figli e magari anche a scuola, invece, ci vuole buona memoria e capacità di catalogazione, ma non più di quanta ne serva a preparare una lista della spesa ragionata.
I cosiddetti trivia books sono l’esempio più clamoroso dell’affermarsi della tendenza. Si tratta di libri-contenitori di nozioni curiose e assolutamente inservibili tradotti anche da noi con successo. L’originale miscellanea di Schott (Sonzogno), Il libro delle liste (Sperling&Kupfer), L’anticiclopedia (Orme), solo per citarne alcuni, raggiungono i vertici delle classifiche, arrivando a due milioni e mezzo di copie vendute in tutto il mondo. Il caso della Miscellanea di Schott è esemplare: 20 Paesi, 18 lingue (incluso russo, danese, coreano e giapponese), oltre un anno nella top ten inglese e tedesca (in Germania è stata anche pubblicata a puntate sullo Stern), due mesi in quella americana, oggi ancora in classifica in Francia a un anno dall’uscita. E i successi partoriscono altri successi, ispirati ai passatempi: La Miscellanea di giochi, sport e oziosità, Il libro delle liste sul calcio (Quanti giocatori ha acquistato l'Inter di Massimo Moratti? E come andò che una nazionale norvegese perse una partita scontrandosi con un alce? E cosa significano i tatuaggi di Bobo Vieri?) e via snocciolando inutilità.
Il più strano di tutti i trivia books è senz’altro Il senso del tingo. Le parole più pazze, curiose e divertenti del mondo, tradotto da poco in Italia da Rizzoli e che ha già fatto il giro d’Europa. La formula è sempre la stessa: più l’informazione è inutile e bizzarra e più ci piace. In questo caso Adam Jacot de Boinod (partito come ricercatore di curiosità per il programma inglese QI di Stephen Fry e poi rimasto ossessionato dai jolt linguistici, tanto da leggersi, per questo libro, 220 dizionari stranieri, consultare 150 siti specializzati e qualche centinaio di volumi in lingua) ha raccolto le più stravaganti, curiose e originali espressioni linguistiche da tutto il mondo. Risultato: sesso, cibo, meteorologia, vita domestica vengono rinominati in un infinito «Lo sapevate che»... in Olanda far rimbalzare i sassi sull'acqua si dice plimpplamppletteren, in Ungheria i maiali fanno rof-rof-rof, in Inghilterra i film vietati ai minori sono a luci blu, in Arabia Saudita biro è un ufficio, in Papua Nuova Guinea la barba è letteralmente «erba che cresce sul viso» e in Finlandia hanno i palindromi più lunghi del mondo, come solutomaattimittaamotulos?
Che sappiate o no quanto sopra, è ovviamente irrilevante, tanto da essere imbarazzante. Eppure, i periodici infarciti di jolt, come Focus e Newton, che tuttavia contengono anche notizie scientifiche e articoli più «seri», superano i sei milioni di lettori e moltiplicano le testate, rivolgendosi in particolare ai ragazzi, agli appassionati di storia o ai patiti dei giochi di parole, trucchi e codicidavinci. I giochi da tavolo in cui si mettono alla prova le nozioni, come il Trivial Pursuit e i suoi derivati, non tramontano mai.
E non parliamo della tv: Genius, Chi vuol esser miliardario, L’eredità o il nuovo Formula segreta sono trasmissioni che senz’altro partono dal formato del quiz classico, ma poi sviluppano il gusto per il curioso e l’inedito, per l’informazione originale, che non si trova più sui libri di testo come accadeva un tempo con i vecchi domandoni, ma sui giornali, nelle tv tematiche, in rete. Così, l’informazione si nutre di altra informazione e i jolt diventano perfetta cultura fast food.
Insomma, fare jolt culture significa saper sbocconcellare qua e là e poi copiare e incollare le informazioni più assurde una accanto all’altra. C’è chi ci riesce per conto proprio e c’è chi ingurgita raccolte di «fattoidi» e le memorizza in tempi record. Il fenomeno non è certo nuovo - ricordate quanto andava e va ancora di moda il vecchio Guinness dei Primati? - ma è aumentato a dismisura. Negli Stati Uniti la tendenza si è talmente ingigantita da superare la dimensione popolare e contagiare il mondo dell’alta finanza e delle aziende: il Wall Street Journal ha una rubrica di «trivia» quiz che pare sia letta ancor più delle quotazioni di borsa e segnata a penna ancor più del sudoku.
C’è però anche chi si preoccupa: il New York Times ha dedicato un lungo articolo, qualche mese fa, al cosiddetto «light reading». Si tratta di un vero e proprio grido d’allarme contro la proliferazione di volumi assemblati con ritagli di cultura «finta», che vanno consumati in fretta e risultano ipocalorici dal punto di vista dell’apprendimento. «Cultura da post-it», sbotta l’autorevole quotidiano, riferendosi a un gadget jolt di gran moda negli Usa che suggerisce come sintetizzare le informazioni coi colori fino a usare i bigliettini adesivi per indicare quasi tutto. Per giungere al rovinoso paradosso di combinare un bigliettino arancione (pasta), uno verde (olive) e uno giallo (formaggio) per ordinare la propria pizza preferita.
Le pillole di cultura insomma sono sì inutili, ma anche facili da digerire, comode da portare con sé, all’apparenza inesauribili, si sommano e si combinano senza fatica e spesso fanno fare bella figura. Ma la jolt culture ha anche molti effetti collaterali. Non ultimo la data di scadenza: si tratta di informazioni talmente volatili, che spesso non ci rimangono in mente per più di ventiquattro ore. Proprio come un bigliettino adesivo della peggior qualità.