Gli italiani vogliono la pensione a 60 anni

Sondaggio dell’«Espresso»: il 59% è pronto a uscire più tardi dal lavoro. Scontro tra Padoa-Schioppa e Nicolais, responsabile della Funzione pubblica, sugli statali

da Roma

Meglio lavorare qualche anno in più e avere una pensione più alta piuttosto che uscire presto dal lavoro ma con un assegno più basso. In altre parole, quello che emerge da un sondaggio dell’Swg per il settimanale L’Espresso, è che quasi due terzi degli italiani, in tema di pensioni, la vedono in modo diverso rispetto al governo. Che si appresta ad abolire lo scalone previsto dalla riforma Maroni (aumento dell’età pensionabile, a partire dal 2008, da 57 a 60 anni per chi ha 35 anni di contributi), ma vuole incidere sui coefficienti di trasformazione, cioè quelle formule sulla base delle quali si calcolano le prestazioni. Dal sondaggio, pubblicato nel numero del settimanale oggi in edicola, emerge che il 48 per cento degli intervistati sostiene che il governo dovrebbe comunque evitare lo scalone, a fronte di un 37 per cento che chiede di applicare la legge Maroni. Ma se il 31 per cento degli intervistati (800 persone il campione) ritiene che il sindacato non deve cedere sull’innalzamento dell’età pensionabile, la maggioranza assoluta (il 53 per cento) chiede di non cedere assolutamente sull’importo delle pensioni e quindi nella sostanza sulla revisione al ribasso dei coefficienti. Il 59 per cento è comunque disponibile all’innalzamento dell’età pensionabile a 60 anni.
Umori che arrivano all’esecutivo proprio nel giorno in cui il sindacato ha deciso le prime proteste nazionali sulla previdenza. Ieri il segretario dei metalmeccanici della Uil Antonino Regazzi ha proposto a Fim e Fiom uno sciopero «a sostegno del tavolo della trattativa tra governo e sindacati confederali». Proposta accettata dal segretario generale della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, che ha proposto a Regazzi una segreteria unitaria per decidere le modalità della protesta. Nessuna risposta dalla Fim-Cisl, anche se è nota la prudenza del leader Gianni Capriloli.
Il vero nodo al momento è comunque quello degli statali. La riunione in agenda per ieri all’Aran, quella che doveva fare chiarezza sulle risorse che il governo è disposto a mettere sul piatto, è stata rinviata al 28 maggio dopo uno scontro al Consiglio dei ministri tra Tommaso Padoa-Schioppa e il responsabile della Funzione pubblica Luigi Nicolais. Il ministro dell’Economia si è rifiutato di concedere gli aumenti di 101 euro e ha ricordato che l’accordo preso in questo senso con il governo era subordinato alla disponibilità di risorse. Il premier Romano Prodi ha quindi deciso il rinvio a fine mese, nell’ultimo giorno della tornata elettorale amministrativa e a ridosso dello sciopero degli impiegati pubblici in agenda per il primo giugno. Che a questo punto è stato confermato dalle organizzazioni di categoria, infuriate per questo secondo rinvio e incuranti dei segnali che ieri sono arrivati dalla Commissione di garanzia degli scioperi nei servizi pubblici, secondo la quale lo stop dei lavoratori è irregolare proprio perché ricade poco dopo le elezioni.
Una tensione, ha osservato il segretario generale della Cgil-Funzione pubblica Carlo Podda, che avrà ripercussioni nella trattativa generale. Una situazione «intollerabile» anche per il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.