È italiano, ma la Bielorussia lo tiene prigioniero

La madre: «Ho subito le stesse pressioni fatte ai coniugi di Cogoleto»

Monica Bottino

C’è un bambino di dieci anni, cittadino italiano, che dal 18 febbraio del 2005 è rinchiuso in un «internat» di Zlobin, in Bielorussia, strappato alla sua mamma, l’ingegnere calabrese Annamaria Cuffaro. La storia di Vladik Cuffaro è emblematica: mentre il governo di Minsk si rivolge all’Interpol per ritrovare Maria e riportarla all’orfanotrofio, non fa rientrare in Italia un bambino italiano strappato alla madre da quasi due anni. Un bimbo che comunica soltanto con disegni dove scrive la parola «aiuto».
Non c’è solo Maria. La piccola, nascosta dalla famiglia Giusto che tenta di difenderla dal rimpatrio nel Paese dove la piccola è stata violentata, non è la sola a soffrire per la crudeltà dei grandi. C’è anche Vladik, arrivato in Italia la prima volta a sette anni, nel giugno del 2003, per una vacanza terapeutica. Il bimbo viene accolto da una signora di Catanzaro, ingegnere, single. «Ho notato subito che il bambino aveva carenze di crescita causate da scarsa alimentazione, dimostrava cinque anni e soprattutto aveva problemi di vista per una grave miopia mai curata», spiega Annamaria Cuffaro. Il piccino proviene dall’orfanotrofio di Zlobin dov’è stato portato a sei anni poiché la madre, alcolizzata e tossicodipendente, è stata incarcerata e privata della patria potestà, e non ha altri parenti.
Vladik, dunque, è «adottabile». Comincia il via vai che tutte le famiglie che ospitano bimbi bielorussi conoscono bene: Annamaria Cuffaro va diverse volte a Zlobin anche accompagnata da parenti e il bambino viene mandato in Italia per le vacanze a spese della famiglia calabrese, come sempre accade. All’instaurarsi del rapporto di fiducia e di amore con il bambino la signora Cuffaro chiede di adottarlo, con grande gioia del piccolo. «Infatti Vladik si è integrato benissimo con la mia famiglia e ha superato anche le insicurezze del carattere legate all’abbandono - spiega Annamaria -: questo progresso è stato certificato dallo stesso direttore dell’orfanotrofio di Zlobin che mi diede il consenso all’adozione il 14 aprile del 2004, anche in considerazione del rapporto di affetto che il bambino ha con me e che il direttore stesso riconosce».
Nel frattempo Vladik viene visitato da uno specialista in neuropsichiatria infantile che nella relazione dettagliata rilasciata il 13 dicembre del 2004 evidenzia che «un’instabilità affettiva potrebbe far regredire il bambino».
L’iter di adozione - portato avanti mentre il bambino vive un po’ in Italia e un po’ in Bielorussia - si conclude il 21 settembre del 2004 e la felicità della famiglia e di Vladik è immensa: il piccolo Vladik Yurcenco aggiunge Cuffaro nel cognome e viene iscritto all’anagrafe italiana. Il passaporto italiano gli viene rilasciato il 29 dicembre del 2004. Due giorni prima viene chiesto ufficialmente il riconoscimento della sentenza italiana in Bielorussia con una lettera inviata all’Ambasciata a Roma.
«Mio figlio arrivò in Italia il 16 dicembre del 2004 credendo che non sarebbe più ripartito. Lo stesso Comitato per la tutela dei minori, a Roma, mi aveva garantito che non era necessario che il bambino rientrasse in Bielorussia, visto che ormai era cittadino italiano - dice la mamma -. Infatti lo iscrissi a scuola, in seconda elementare, e cominciò l’anno scolastico con regolarità».
Ma l’incubo, che sembrava finito, stava invece per cominciare. Cosa accadde? «Iniziò un pressing spaventoso - si sfoga la signora Cuffaro -. Le associazioni cominciarono a fare quello che stanno facendo alla famiglia Giusto: mi colpevolizzarono, facendomi sentire in difetto visto che, non avendo ancora io regolarizzato a Minsk l’adozione di Vladik, trentamila bambini bielorussi rischiavano di non venire più in Italia. Nessuno sembrava però voler vedere la realtà: mio figlio era ed è cittadino italiano».
Nel febbraio del 2005 Annamaria Cuffaro su richiesta del governo italiano e di quello di Minsk va con il figlio a Zlobin credendo di formalizzare l’adozione, come promesso per iscritto dal viceministro dell’Istruzione bielorusso. Quando arriva, il bambino le viene strappato dalle braccia e lei, che resta tre mesi e mezzo lassù chiedendo aiuto all’Italia, è costretta a tornare a Catanzaro senza suo figlio. «Non è un caso internazionale? - chiede -. Cosa sta facendo il nostro governo per un cittadino italiano? Il mio bambino è diventato depresso, non me lo fanno sentire al telefono, so che piange e si sente abbandonato. I suoi amici vengono in Italia in vacanza. Lui è rinchiuso e qualche volta riesce a scrivermi. Sa cosa mi chiede? Mamma vieni a prendermi. Mamma mandami qualcosa da mangiare. Io sono disperata, e soprattutto mi sento tradita dal mio Paese». Vladik è italiano, la Bielorussia non ce lo dà. Chi è adesso che non rispetta la legge?