Italtel, spunta il braccio destro di Prodi

Alessandro Ovi, da sempre vicinissimo al Prof, era il suo plenipotenziario per gli affari internazionali all'Iri e nel cda dell'azienda italiana venduta ai tedeschi. Palazzo Chigi minaccia querele e spiega che il premier è stato solo spettatore nell’operazione

Gian Marco Chiocci e Gianluigi Nuzzi

Spunta anche il consigliere economico del premier nell’affaire Italtel-Siemens. Per spiegare il ruolo ricoperto da Alessandro Ovi, braccio destro del Professore all’Iri, occorre fare un riassunto delle puntate precedenti che prendono il «la» dal sequestro di documenti riferibili a Romano Prodi disposto dalla procura di Bolzano nell’inchiesta per concussione, corruzione e riciclaggio sulla cessione dell’Italtel a Siemens.

Quando il 18 aprile scorso il Giornale racconta degli accertamenti svolti dai pubblici ministeri altoatesini sulle attività dell’allora presidente dell’Iri - dalle consulenze di Goldman Sachs (che era advisor per Siemens dell’operazione) alla società Ase dei coniugi Prodi fino alle compravendite immobiliari della consorte Flavia Franzoni - Palazzo Chigi mostra imbarazzo e minaccia querele. Contestualmente lascia intendere che il suo inquilino all’epoca è stato solo uno spettatore terzo che non ha influito né interferito in una decisione storica per il mercato italiano in quanto interessava un’azienda leader nella telefonia, fiore all’occhiello di quella Stet che era controllata dall’Iri del presidente Romano Prodi. Insomma, stando alla nota del governo, il Professore era estraneo ad un affare strategico per le nostre telecomunicazioni poiché «la valutazione e la decisione in merito alla vendita - scrive Palazzo Chigi - rientravano nella sfera esclusiva di competenza della società interessata (Italtel Spa) e della controllante (Stet Spa) in considerazione anche della struttura organizzativa e del sistema dei rapporti esistenti nell’ambito del gruppo Iri». Come per altre discusse privatizzazioni, Prodi non sapeva niente di niente nonostante vi fossero tante persone che allora gli erano vicinissime, ed oggi - pur non essendo indagate - escono direttamente e indirettamente dalle carte dell’inchiesta di Bolzano.

E non ci riferiamo all’attuale sottosegretario all’Economia, Massimo Tononi, ex manager di Goldman Sachs e assistente personale di Prodi allorché il futuro premier nel maggio ’93 interruppe la collaborazione con GS per diventare presidente dell’Iri (in un file sequestrato alla banca d’affari Goldman Sachs l’autorità giudiziaria sospetta vi siano riferimenti al viceministro). Non facciamo cenno nemmeno a Claudio Costamagna, altro uomo Goldman in Italia, amico di Angelo Rovati, vicinissimo all’entourage prodiano. E neppure a Silvio Sircana, attuale portavoce di Prodi, già capo ufficio stampa in Italtel quando il fratello Franco, ex vicedirettore dell’Iri, in qualità di presidente dell’Ufficio Studi di Stet sul fronte delle telecomunicazioni - quindi con competenza anche su Italtel-Siemens - rispondeva direttamente al dirigente Stet «Miro» Allione. Men che meno vogliamo tornare su Patrizia Grieco (la signora bionda immortalata dai fotografi di Vallettopoli mentre pranza con il portavoce di Prodi) che lavorando all’ufficio legale di Italtel trattò le fasi salienti della cessione, salvo poi passare ad altro incarico proprio con i tedeschi di Siemens Informatica «portata» da Fausto Plebani, altro ex Italtel ed anche lui passato poi col «nemico» nella struttura di Siemens-Icn nella quale confluirono tantissimi manager Italtel esperti in telefonia mobile. E ci perdonino i lettori se in questa ricostruzione rammentiamo due storielle che smentiscono la ricostruzione offerta da Prodi: la prima riguarda le due lettere che la casa madre di Siemens inviò all’allora presidente dell’Iri (una terza con il nome di Prodi venne girata al cancelliere Kohl) a firma del protagonista tedesco dell’acquisizione Italtel, il leader di Siemens Ag, Heinrich von Pierer; la seconda concerne la missiva scritta dall’ambasciatore tedesco in Italia e diretta ai vertici di Siemens in Germania nella quale si faceva presente come l’accordo era da considerarsi chiuso in quanto l’Iri (di Prodi) aveva dato garanzie che gli odiati francesi di Alcatel non avrebbero mai vinto la corsa su Italtel. E così avvenne...

A margine degli accertamenti svolti su Iri, Stet e Italtel, ecco ora spuntare un altro prodiano di ferro, personaggio da sempre vicinissimo al premier, suo consigliere economico, ovvero Alessandro Ovi, già ai vertici della direzione Group Internationalization and Technological Innovation dell’Iri, il plenipotenziario di Prodi per gli affari oltre confine dal 1993 al 1994, anno clou per la conclusione dell’operazione italotedesca. Oltre ad esser stato candidato per l’Ulivo al Cda della Rai, Ovi ricopre numerosi incarichi di prestigio, compreso quello di responsabile della edizione italiana della Technology Review, autorevole rivista scientifica del Mit (Massachusetts Institute of Technology) che, coincidenza, nella Capitale è rintracciabile al medesimo indirizzo di Italtel. Già perché Ovi non solo in Iri era considerato il braccio destro-operativo di Prodi per l’estero ma figurava anche nel Consiglio di amministrazione di Italtel quando quest’azienda era già sulla strada della trasmigrazione in Germania attraverso una società creata ad hoc, la Telsi Ltd, ben conosciuta dallo stesso Ovi. Tutto questo sarebbe, dunque, accaduto senza che nessun dirigente, amico, consulente o collaboratore di Romano Prodi avesse mai parlato di Italtel al principale interessato?
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