Iva e Irap, arriva il vero federalismo

Giulio Tremonti sta discutendo con Umberto Bossi e Roberto Calderoli la nuova legge sul federalismo fiscale riguardante le Regioni, che comporta innovazioni di grandissima importanza per la lotta all’evasione e per la crescita della nostra economia. Al gruppo di Gianfranco Fini, che forse si aspettava i soliti testi politichesi, sarà sottoposta una riforma concreta di grande respiro.
I due punti qualificanti sono l’Iva territoriale e la possibilità per le Regioni di manovrare l’Irap riducendone le aliquote per favorire le nuove attività produttive. Ciò per attirare, ad esempio, nel Mezzogiorno di Italia, iniziative nel settore turistico e industriale, da parte di imprese estere ed italiane. Attualmente la quota di Iva devoluta alle Regioni del 44,7 per cento è assegnata loro sulla base degli indici del consumo regionale. Le Regioni, con l’attuale sistema, non hanno alcun incentivo a darsi da fare per controllare le evasioni all’Iva, dato che la porzione che ne ricevono sull’introito del fisco statale è indipendente dall’ammontare di Iva che esso ricava nel loro territorio.
Le cose cambiano radicalmente con il nuovo sistema, perché le Regioni ove ci sono molte evasioni, a parità di consumi rilevati dall’Istat, riceveranno meno di quelle ove ce ne sono poche. E quindi le Regioni saranno indotte a effettuare dei controlli sul territorio di loro competenza. Con questo nuovo sistema, più equo ed efficiente del precedente, ci guadagnerà anche lo Stato. Infatti il maggior gettito ricavato con il controllo delle evasioni effettuato dalle Regioni, andrà per una parte allo Stato: con il criterio attuale di riparto si tratterebbe del 55,3%. Occorre notare che verrà stabilito - come già accade ora - un meccanismo perequativo per dare alle Regioni meno fortunate, quelle in cui c’è minore materia imponibile di Iva, una quota del gettito delle Regioni più prospere. E quindi la lotta all’evasione che faranno le Regioni a maggior sviluppo economico finirà ad incrementare anche il fondo perequativo a vantaggio delle Regioni meno fortunate. Il senso fondamentale di questa riforma è che ogni Regione dovrà contare, molto più che ora, su entrate del suo territorio e sarà responsabile del loro totale, con la partecipazione all’accertamento. Chi evade saprà che sottrae soldi non allo Stato nel complesso, ma alla propria Regione. E ciò indurrà a un mutamento nell’opinione pubblica: lo scontrino non battuto, la fattura non emessa lo riguarderanno più da vicino. Sentirà più di ora che chi evade sottrae qualcosa alla cassa comune. Si parla molto di moralità e legalità. Questa è una riforma che, non a chiacchiere, opera per il principio di legalità e per la moralità.
L’altra riforma che viene effettuata con la legge per il federalismo fiscale regionale riguarda l’Irap. Le Regioni avranno il potere di modificarne le aliquote e la struttura, sino ad abolirla, almeno là dove sono in grado di farlo e lo ritengono conveniente. L’Irap colpisce, con una aliquota che arriva sino al 5 per cento, sia i redditi di impresa e lavoro autonomo lordi, sia gli interessi passivi, sia i costi del lavoro lordi di contributi sociali. Le Regioni potranno, ad esempio, abbonare l’Iva sui redditi delle imprese e del lavoro autonomo del settore turistico allo scopo di favorire i nuovi investimenti in questo ambito. Potranno eventualmente abbattere quella sugli interessi passivi e sui profitti per i nuovi insediamenti industriali. In questo modo l’imposta diventa strumento di sviluppo economico e si supera l’ostacolo che attualmente vi è alle riduzioni fiscali di rilevante entità nella regolamentazione europea. Essa le vieta in quanto distorcenti della concorrenza. Lo Stato non può applicare in una Regione una aliquota di una sua imposta diversa da quella che applica in un’altra Regione, perché in tal modo effettua una disparità di trattamento fra diverse Regioni. Ma la singola Regione potrà abbassare la sua aliquota in modo uniforme, per tutti i contribuenti del suo territorio che si trovano in determinate condizioni, per i propri tributi, perché non distorcono la concorrenza nell’area territoriale di competenza. E così il federalismo fiscale diventa strumento di sviluppo economico. In modo concreto, senza i meccanismi burocratici delle politiche regionali di sviluppo.