«Con un’Iva più alta inflazione e famiglie in crisi»

RomaCarlo Sangalli, presidente di Confcommercio, l’aumento dell’Iva è un’ipotesi sempre più concreta. Voi l’avete sempre combattuta, ma se ne parla anche in altri Paesi europei, a partire dalla Francia.
«Le nostre aliquote sono in linea con quelle dei Paesi europei, se non addirittura più alte rispetto, ad esempio, alla Germania dove questa imposta è al 19% o alla Spagna che ha un’Iva al 18%. Quindi questo non è sicuramente un argomento da mettere sul tappeto».
Mentre i vostri dubbi sugli effetti negativi che avrebbe in Italia restano?
«Se uno dei problemi di questo Paese è l’alta pressione fiscale su imprese e famiglie, peraltro tra le più alte in Europa, l’aumento dell’Iva non rappresenta certo una soluzione perché, di fatto, non è altro che una sostituzione di tasse con altre tasse. Inoltre, è un’imposta regressiva perché colpisce maggiormente i redditi medio bassi e avrà inevitabili effetti inflattivi che andranno ad incidere non solo sui redditi ma anche sui risparmi accumulati dalle famiglie. Con il risultato finale di un’ulteriore contrazione dei consumi che, vorrei ricordare, già prima della recessione - dal 2001 al 2007 - a livello pro-capite sono rimasti fermi e nel biennio di crisi 2008-2009 sono scesi addirittura del 3,5 per cento. Per non parlare poi di quanto ha sofferto il settore della distribuzione nel suo insieme con oltre 60mila imprese che hanno già chiuso l’attività nei primi sei mesi dell’anno. Infatti, abbiamo rivisto al ribasso le nostre previsioni di Pil e consumi che, sia nel 2011 che nel 2012, registreranno dinamiche assai modeste con tassi prossimi all'1%. Insomma, questo Paese ha bisogno di tante cose ma non certo di altre tasse, soprattutto in questo momento».
Siete contrari anche ad altri capitoli della manovra?
«Il Paese aveva certamente bisogno di rigore e di mettere i conti in ordine e, di questo, diamo atto al governo di aver agito con tempestività varando la manovra in tempi record. Quello però di cui il Paese ha grande bisogno ora è aprire il secondo capitolo, quella della crescita, che ancora risulta debole nell’attuale impianto».
E se aveste potuto scegliere voi delle misure per favorire la crescita?
«Intanto intervenire con determinazione per ridurre la spesa pubblica e tagliare i costi della politica e della burocrazia; ridurre le tasse su imprese e famiglie attraverso i proventi della lotta all’evasione e all’elusione; investire in infrastrutture e innovazione, valorizzando in particolare i trasporti e la logistica e definendo un progetto per il raddoppio del contributo del turismo al Pil; sospingere incrementi di produttività, anche attraverso la modernizzazione delle relazioni sindacali. E c’è poi il grande asset delle pensioni».
Che è il capitolo politicamente più delicato della Manovra. Le altre associazioni datoriali, a partire da Confindustria, chiedono interventi sulle anzianità; anche voi?
«Andare in pensione un po’ più tardi e rivedere i requisiti anagrafici per la pensione di anzianità è un percorso che mi sembra obbligato e ragionevole. A questo proposito vorrei ricordare che in Italia la spesa pensionistica è più elevata rispetto alla media europea di due punti di Pil. Questo non vuol dire disattendere la necessità del dialogo sia nella politica, tra governo e opposizioni, sia tra le parti sociali quale premessa indispensabile per il raggiungimento di una maggiore coesione sociale».
I sindacati sono tornati a dividersi proprio sulla manovra e la Cgil di Susanna Camusso ha proclamato uno sciopero generale. Come giudicate la scelta di Corso d’Italia?
«Pur essendo legittima, la riteniamo sbagliata e inopportuna. In questa fase viene chiesto alle organizzazioni sociali di concertare iniziative comuni che sappiano andare oltre l’interesse di parte. Spiace, dunque, che la Cgil si chiami fuori sottovalutando gravemente la situazione economica e le esigenze di unità del mondo del lavoro e dell’impresa».