Ivan il cannibale

Cristiano Gatti

nostro inviato a La Thuile

Vogliono gambizzarlo. Due colpi sotto le ginocchia, sperando che bastino. L'idea è di Gilberto Simoni, uno dei grandi rivali, uno dei grandi strapazzati del Giro: tra ironia e sconforto, tra invidia e sottomissione, è l'unica strategia che riesce ancora ad immaginare nella tormenta di La Thuile, dopo l'ennesima bancata. «Come fermare Basso? C'è poco da inventare: l'unico modo è sparargli due colpi secchi...».
È un gran bel Giro, ripete la canzonetta di questo maggio impazzito, che alla partenza sfiora i trenta gradi e all'arrivo offre il nevischio dei quattro gradi. È un gran bel Giro perché sta raccontando all'Italia una storia sportiva finalmente allegra e lieve, in questa cupa congiuntura di sfacelo generale. Giorno dopo giorno, sta amabilmente accomodandosi nei nostri tinelli la figura nitida di un grande campione. Tale è e tale va considerato Ivan Basso, nonostante il grande pubblico - che orecchia ciclismo una volta all'anno - stia magari scoprendolo soltanto ora. È proprio questi italiani distratti che bisogna rassicurare: Basso non nasce oggi, Basso non esce improvvisamente come un coniglio dal cappello, ma da tre anni almeno sta cocciutamente costruendo la sua personale leggenda, sperando di consegnarla alla custodia del tempo e della memoria.
Per diventare questo Basso di oggi, il giovanissimo Basso non si è inventato una laurea al Cepu della bicicletta: si è subito iscritto alla Sorbona, sottoponendosi volontariamente agli esami nei Tour del professor Armstrong. La prima volta undicesimo, la seconda volta settimo, due anni fa terzo, l'anno scorso secondo. Ora, inutile dirlo, ha la ferma intenzione di ultimare la rincorsa alla vittoria, otto anni dopo l'ultimo successo italiano al Tour (Pantani nel '98, trentatré dopo Gimondi).
Strada facendo, inseguendo ossessivamente il suo grande sogno francese, un giorno Basso inciampa nel Giro. Contro l'andazzo moderno, che impone di impegnarsi soltanto in una grande corsa a tappe, lui ripropone l'epica antica del corridore a tempo pieno. Maniacale nel suo lavoro, vita in famiglia di padre devoto e marito innamorato, lancia la sua scommessa anticonformista e stakanovista: correre Giro e Tour, come usava una volta, si può. E non solo è possibile correrli: è possibile persino vincerli.
Siamo all'anno scorso. Basso viene al Giro, Basso a metà percorso ce l'ha già in tasca. Poi però succede l'inverosimile e l'irreparabile: un attacco gastroenterico lo costringe letteralmente a gettare la maglia rosa nel WC. È chiaramente un maledetto accidente. Eppure, tanto basta a questo popolo di disfattisti autolesionisti per mettere subito il disco della diffidenza: Basso non ha il fisico, Basso non regge le responsabilità e le pressioni. Che dire: siamo gente così. Ci piace la mediocrità: quando ci capita tra i piedi l'eccellenza, quasi ci provoca disagio e smarrimento.
Tranquillissimo, Basso non barcolla e non cede. Va al Tour e puntualmente arriva secondo, unico a creare grattacapi in casa dell'amerikano. E a fine stagione, rieccolo fermo al punto di prima: contro i luoghi comuni e contro le mode, contro lo stesso parere del suo direttore sportivo Riis, annuncia che rifarà Giro e Tour. Campione e testa dura.
Siamo al qui e all'adesso. Basso vince sulla prima salita (Maielletta), Basso tramortisce i rivali nella cronometro di Pontedera. Dopo una settimana, ha già vantaggi biblici. Ma c'è un problema: non è nato con la camicia. Ci sono idoli dello sport che fanno una cosa e vivono di rendita per tutta la vita. Ce ne sono altri, magari non eccelsi nelle pubbliche relazioni e nel proporsi in modo abbastanza stravagante, che vengono condannati a ricominciare sempre da capo. Difatti, contro ogni evidenza, il coro dei conformisti ripete ogni giorno il solito slogan: adesso arrivano le grandi montagne, adesso arrivano le grandi montagne...
Eccole qui, le grandi montagne. La prima, il San Carlo, porta a La Thuile in un gelo polare. Lo spettacolo è puntuale ed eccelso: Basso mette in testa la squadra per tenere andature impossibili (torna buona la scuola Armstrong), quindi innesta il turbo e fa subito danni spaventosi. Tutti lontanissimi i cosiddetti avversari di classifica. Simoni, Cunego, Savoldelli: nuova disfatta. Gli resiste solo uno scalatore mignon di Alberobello, Leonardo Piepoli, cui lascia la libertà di rischiare nell'ultima discesa - viscida, pericolosa - e pure la vittoria di tappa, pensando unicamente a non rovinare il primato con una stupida caduta. Sul traguardo, impietoso, si bacchetta per un errore: «Ho preso troppo freddo, avrei dovuto coprirmi». Quanto al resto, all'evidenza di un Giro che soltanto lui può ributtare in un WC, non c'è verso di schiodarlo: dopo la scottatura del 2005, Basso ripete solo una prudentissima e scaramantica banalità: «C'è ancora molto da fare. Il Giro lo vinco solo a Milano».
Manca una settimana precisa. Mancano tapponi dolomitici spaventosi. Manca il glorioso appuntamento col Mortirolo. L'Italia intera ha la possibilità di gustare uno spettacolo unico, che capita solo a cadenze decennali. L'unico avversario che gli resta, veramente insidioso e imprevedibile, è un mal di gola, un raffreddore, una bronchite. I suoi rivali, a forza di sbattere, sono invece già orgogliosi di arrivare secondi. Persino i commentatori più duri di cervice, quelli del partito «tutto può ancora succedere», sembrano fiaccati nella speranza e nelle convinzioni. L'unico che davvero abbia ancora voglia di fare ipotesi è Simoni, con la soluzione dei due colpi sotto le ginocchia. Ma non è una cosa seria. Siamo alle battute finali.
Cristiano Gatti