Ivanova, marcia d’oro e di sospetti

La Rigaudo, settima, contesta Damilano: «Grazie a lui ero sfinita...»

Nostro inviato a Helsinki

«La Ivanova fa una gara all’anno e vince. È come Armstrong. Questi sono i dubbi». La faccia iraconda e rubiconda di Sandro Damilano, uno che in famiglia sa come si vince, è un vulcano di furore. Ce l’ha con il mondo, un mondo che, dice lui, puzza di doping, e con Elisa Rigaudo, ragazza di Cuneo, biondina tutta bon ton, alla quale aveva concesso il suo credo di tecnico. Ma Elisa non l’ha ripagato chiudendo sfinita la 20km delle sue speranze, maledetta da quell’ematocrito basso che, quando meno te l’aspetti, ti dice: la benzina è finita. Elisa ha ricevuto il segnale di rosso a tre km dal traguardo e tanto è bastato per far svanire un sogno da medaglia (era terza dopo una rimonta strategicamente ben condotta) e farla ricadere nell’anonimato. Terribile e crudele, Damilano l’ha perfino umiliata, ma forse era voglia di effetto choc. «Finchè si comporterà così sarà sempre e solo una piazzata. Un campione è un’altra cosa, io ne ho visti tanti. Lei doveva gestirsi meglio, capire quanto le restava nel serbatoio. Non puoi arrivare a tre km dall’arrivo e non averne più». Parole che non sono piaciute all’ambiente della marcia nostra: la pagherà, ha detto qualcuno. Troppo facile dare la colpa solo agli atleti, ha fatto sapere la Rigaudo. «Ho seguito i consigli di Sandro, ma a tre km dalla fine avevo le gambe di marmo. Di testa c’ero, però ho fatto l’ultima salita camminando».
Storia a due facce, ma tutto converge intorno al doping. La vincitrice della 20km, Olimpiada Ivanova, è una bella signora della marcia, che pennella tacco e punta come sanno i russi, a ritmo insostenibile per il resto del mondo, ma quel vizietto, del doping, ce l’aveva qualche anno fa tanto da essere fermata due anni per positività allo stanozol (anabolizzante). Sosta e ripensamenti sono serviti per imparare le arti marziali, poi la marcia è tornata a essere la sua vita e terra di conquista. Ieri è partita al primo metro e le avversarie l’hanno rivista solo a gara conclusa, già pronta a contare i 160mila dollari per il primo posto (60mila) e per il record del mondo (1h 25’41”) che vale premio doppio. Brava, certo, ma Damilano non si è bevuto la gara senza annusare stranezze. «La Ivanova è stilisticamente ineccepibile, però dopo 30 anni mi sono stufato di vedere certe cose. Non credo più a gente che guadagna due minuti in un batter d’occhio. È inutile che me la menino con doping e antidoping, qui nessuno controlla niente. Non credo più a certe cose? No, sono sicuro che certe cose accadono: è diverso. E la Ivanova è la prima che mi induce al dubbio».
L’altra faccia della storia, invece, ci riporta al ciclismo. Elisa Rigaudo è una ragazza in eterna lotta con valori troppo bassi dell’ematocrito: base 36 quando, nella norma, dovrebbe essere intorno al 43. Il rischio di finire la benzina troppo presto è l’agguato di ogni sua gara. Dovrebbe andare a lezione dai maestri del pedale, scienziati che giocano con i valori dell’ematocrito. E la gara della Rigaudo ha esemplificato perchè i ciclisti ci provano sempre. Raccontava una storia simile Franco Fava, ex campione delle siepi e del cross negli anni ’70, lo chiamavano cuore matto. Nel 1977 soffriva di problemi similari e decise di passare quindici giorni in altura: una sorta di vacanza forzata ai tremila metri delle montagne intorno a Bormio per migliorare i valori. Quando ne scese bastarono pochi giorni d’allenamento e per un mese infilò una serie di gare da record (italiano). L’altro giorno Fava, che oggi è giornalista, ha regalato alla Rigaudo un consiglio: «Vai a farti una vacanza in Bolivia, in altura: quando tornerai ti sentirai meglio e magari vincerai». Con buona pace di Damilano.