«J’accuse» di un indagato: tangenti a tutti, anche a Rotelli

MilanoNel vasto campionario delle confessioni, dei pentimenti, delle accuse e delle chiamate in correità che da sempre affollano le cronache economico-giudiziarie, questa probabilmente non si era mai vista: la rivelazione da camera ardente, la notizia di reato messa a verbale non davanti al computer di un pubblico ministero ma ai piedi di un feretro pronto per la sepoltura. Il luogo è il Ciborio del San Raffaele, dove ieri mattina tra i ceri e la commozione che circondano le ultime ore di don Luigi Verzè nel suo ospedale, fa irruzione un indagato.
È Pierino Zammarchi, imprenditore edile, già scampato ad un’accusa di mafia e ora coinvolto mani e piedi nell’indagine sul crac dell’ospedale milanese. Arriva, si fa il segno della croce, si sofferma in raccoglimento davanti alle spoglie mortali di Verzè, insomma fa quello che fan tutti, vip e quisque de populo che sfilano a Ciborio. Poi, come se niente fosse, prima di andarsene, invece di offrire un ricordo dello scomparso, si mette a parlare delle tangenti che pagava per lavorare al San Raffaele. E, per completezza di informazione, aggiunge che questo è il sistema dappertutto, e che gli toccava pagare le stecche anche per lavorare in altri ospedali: quelli di Rotelli, il re della sanità lombarda, in procinto di diventare il nuovo padrone del San Raffaele.
Ovviamente scoppia un putiferio. I giornalisti chiamano le redazioni, la notizia finisce su Internet in tempo reale, Rotelli va su tutte le furie e comunica a sua volta di non avere mai visto Zammarchi in vita sua. Parte immediatamente la domanda: perché l’ha fatto? Come può venire in mente a un uomo di trasformare l’omaggio a una salma in un j’accuse? In realtà chi conosce Zammarchi, chi l’ha seguito da vicino nelle sue vicissitudini giudiziarie e nel crepuscolo da imprenditore, racconta che l’impatto con i guai ha segnato parecchio l’uomo, smussando le cautele che lo contraddistinguevano: e lo si è visto bene il giorno che una troupe di Report fece irruzione nel suo ufficio, e il suo legale ebbe un bel daffare ad azzittire Zammarchi che stava per rispondere per filo e per segno alle domande. Quel giorno in qualche modo riuscirono a trattenerlo. Ma la voglia di sfogarsi, evidentemente, non gli era passata.
Così ieri Zammarchi aspetta che i cronisti si facciano avanti, e si sgrava dal segreto: «Questa inchiesta è l’ultima delle cazzate, al San Raffaele non è stato fatto niente di particolare. È un sistema che va avanti da quando ho cominciato a lavorare nel ’50. Io ho lavorato anche per Giuseppe Rotelli al San Donato e anche lì si pagava la percentuale». «Questo sistema va avanti da sempre - racconta - e io non ho mai lavorato per il pubblico perché bisognava pagare. Bisognava pagare». Ma davvero ha pagato anche Rotelli? «Certo, quando ho lavorato al San Donato, tanti anni fa. È un meccanismo che funziona dappertutto per chiunque vuole lavorare. A Roma, Milano, in Sicilia e in Sardegna».
Pochi minuti ed ecco la replica di Rotelli: «Il professor Giuseppe Rotelli non ha mai conosciuto il signor Zammarchi; il professor Giuseppe Rotelli esclude in modo categorico di avere mai ricevuto tangenti nella sua vita da chicchessia quanto meno dal signor Zammarchi». Basterà, alla Procura?