Jack Johnson: il re del surf reinventa il folk

Antonio Lodetti

Jack Johnson: nome sconosciuto ai più. Non ai palati fini della nuova musica acustica che lo hanno trasformato in oggetto di culto e piccola star (quattro milioni di dischi venduti del penultimo cd In Between Dreams), non al pubblico che giovedì scorso ha letteralmente preso d’assalto l’Alcatraz di Milano per il suo primo e unico show italiano. Un concerto che riconcilia con la musica d’autore; le ballate di Johnson, che hanno la loro forza nella semplicità e nella gioia di vivere (il singolo di successo Sitting Waiting Wishing, la magica Never Know, la cover di My Door Bell dei White Stripes) coinvolgono totalmente il pubblico che canta le parole di ogni brano insieme a lui. La musica è sofisticata ma con le giuste sferzate rockeggianti (i dischi di Johnson sono molto morbidi), dal vivo punta sui riff aggressivi della sua chitarra e sui ritmi decisi della band. Le sue composizioni sono il riflesso del suo mondo, quello fascinoso di un trentennne nato alle Hawaii e campione di surf: musicista per hobby, poi per passione, che ha raggiunto il successo fuori da qualsiasi logica commerciale. Il suo stile è unico perché filtra tantissimi stili diversi. Ci sono echi della West Coast di James Taylor e David Crosby e del moderno blues di Ben Harper (che tra l’alto è ospite nel nuovissimo e rilassante cd di Johnson Curious George, colonna sonora dell’omonimo film animato), incursioni reggae e colori neofolk. Nel buio dell’Alcatraz il suono di Johnson evoca sole, cavalcate sulle onde, barbecue sulla spiaggia, buone vibrazioni senza finzioni e senza falsa demagogia. E anche i suoi amici-epigoni, come Donavon Frankenreiter, cominciano a fare tendenza.