Jackie Chan: «Divento rapitore ma un neonato mi redime»

Maurizio Cabona

da Venezia

Giacca di seta color perla di tipico taglio cinese, Jackie Chan aveva ieri sulla spiaggia del Lido l'aria riposata di chi è da tempo in pace coi fusi orari. Per la proiezione fuori concorso di Rob-B-Hood di Benny Chan alla Mostra è infatti venuto non dalla Cina, ma dalla Francia, dove gira il terzo episodio di Rush Hour.
Gioco di parole che mescola la locuzione «rapire il bebé» col nome di Robin Hood, Rob-B-Hood è un film che ha al centro un bambino sui sei mesi. Ha l'aria di un prodotto natalizio, ma in Italia uscirà nelle sale in marzo distribuito dalla Minerva. Protagonista Jackie Chan, co-protagonista Louis Koo, è la storia di due rapinatori che hanno dissipato una ricchezza e devono dunque rapire un bambino su commissione. Naturalmente gli si affezioneranno...
Signor Chan, i bambini sui dieci anni rubano la scena ai divi. E quelli sui sei mesi?
«Devono essere ninnati a lungo prima di girare una scena. Vanno abituati a chi li tiene in braccio, perché non si agitino».
Lei ha sempre fatto personaggi buoni. Ora rapina, rapisce perfino un bebè...
«Cerco di fare sempre personaggi almeno un po' diversi. Stavolta è uno che comincia male, ma che, a contatto col bambino, si redime».
Doveva redimere anche l’italiano di Little Italy Roberto Benigni in un film dove lei doveva essere un poliziotto di Chinatown a New York...
«È un progetto saltato in conseguenza dell’11 settembre del 2001 (Chinatown e Little Italy sono nella parte di New York più vicina alle due torri, ndr)».
Lei fa con un cinema edificante, che americani ed europei fanno sempre meno.
«Fin dagli inizi della carriera ho voluto fare film che mio figlio potesse vedere. Se piacevano a lui, sarebbero piaciuti a tutti».
Anche i suoi film cinesi, non solo quelli girati in Occidente, hanno successo ovunque.
«Perché sono basati sulla fisicità, che non conosce barriere di lingua. E perché sono film d'azione, non di violenza, e film ironici e non film volgari».
Il suo motto?
«Diverti sanamente».
Ovvero?
«Anche un film leggero ha un messaggio».
Perciò la figura del padre, che nei film americani ed europei è scomparsa, nei suoi invece ricorre?
«Certo, anche in Rob-B-Hood c'è un padre. Ed è deluso dal figlio, che sono io, che non ha combinato nulla di buono. Incapace perfino al gioco».
Anche il personaggio di Louis Koo, più giovane, è nella stessa situazione.
«Lui riflette le generazioni consumiste, che vorrebbero ogni giorno un nuovo telefonino. Quel che gli capita col bambino, lo libera da questo feticismo».
Lei doveva fare un film con Zhang Yimou, che la pensa come lei.
«Sono anni che ne parliamo. C'eravamo accordati per girarlo nel 2007. Ma nel 2008 lui dovrà fare un film sulle Olimpiadi e il nostro film dovrà attendere ancora».
Un altro film che vorrebbe fare?
«Drammatico, con una scena sulla spiaggia, dove corro con una ragazza e la bacio sullo sfondo del tramonto».
Un cinema, una civiltà. Concorda?
«Sì. Col cinema, gli americani hanno imposto ovunque l'immagine del loro Paese. La pizza è italiana, ma in Asia pizza significa la catena dei Pizza-Hut, americani. E lo stesso vale con tanti noti marchi. Lei invece conosce un marchio cinese?».
No, ma spesso sono i cinesi a produrre ciò che si vende sotto quei marchi.
«Già. Io vesto abiti cinesi perché appartengo a questa cultura. Vorrei farla conoscere con gli abiti come coi film».
Nel linguaggio politico questo si chiama soft-power.
«Nel mio linguaggio si dice: il successo d'un film è il successo di ciò che rappresenta».