Jair: «Un’occhiata di Picchi li zittiva»

«La punizione? Sconfitta a tavolino. Ai miei tempi più curiosità che razzismo. Ma in trasferta era dura. E l’Armando mi proteggeva»

Gian Piero Scevola

Il suo nome è scolpito nella leggenda dell’Inter, ma è anche impresso a lettere dorate nella storia del calcio italiano perché Jair Da Costa fu il primo giocatore di colore ad arrivare in Italia e ad esibirsi nel nostro campionato. Era il lontano 1962 e Jair valicò l’Atlantico come un pulcino smarrito; per 170.000 dollari l’Inter l’aveva strappato al Botafogo, vincendo la concorrenza del Milan e del paron Nereo Rocco che gli preferì, perché meglio messo fisicamente, Germano. Quello della contessina Agusta, tanto per intenderci. Da allora sono passati 43 anni, Jair ha perso la velocità e l’agilità di un tempo, i capelli sono diventati candidi, ma il cuore è rimasto nerazzurro. Anche perché da Osasco, sua città natale a pochi chilometri da San Paolo, Jair continua a lavorare per l’Inter, come scopritore di talenti in Sudamerica.
Dell’episodio razzistico nei confronti di Zoro ne è venuto subito a conoscenza (il campionato nostrano, ma Inter e Milan in particolare, sono seguitissimi in Brasile) e il suo giudizio è sconsolante: «Sono davvero cambiati i tempi e la differenza del colore della pelle oggi è un fatto davvero discriminante. Una volta no, bianchi e neri potevano tranquillamente coesistere. Però Zoro ha fatto bene a comportarsi così e arrivo anche a dire che un fatto simile avrebbe potuto anche far fermare la partita. Mi spiace che ne sia rimasta coinvolta la mia Inter, perché mai, dai tempi di Angelo Moratti, un nero aveva subito questa forma d’insulto».
Già, ma che fare, che rimedi prendere? «In questo sono drastico», continua Jair, «bisogna dare un esempio. Ecco perché sarei favorevole alla sconfitta a tavolino, almeno smetteranno questi cori e insulti razzisti». Ma inevitabilmente il pensiero corre a «quei tempi», alla «Grande Inter» di Helenio Herrera che conquistò il mondo: «Grande squadra quella, grande gruppo e un presidente, Angelo Moratti, come non se ne sono più visti. Arrivai a Milano che avevo 22 anni, non conoscevo niente, per me era tutto nuovo, persino la neve».
Jair venne scoperto da Herrera in Cile, a Viña del Mar, durante i mondiali del 1962 e l’Inter lo fece arrivare a Milano, ma non lo utilizzò fino a novembre per problemi sul numero degli stranieri, al punto che sembrava fosse destinato ad andare in prestito al Genoa. «Quelli sì che furono mesi d’inferno, mi ero persino convinto a tornare in Brasile, poi mi tesserarono e tutto andò per il meglio. Certo, all’inizio tra i tifosi c’era non poca curiosità nel vedere con la maglia nerazzurra un giocatore di colore, ma non vi furono mai pesanti fenomeni d’intemperanza nei miei confronti. Anche quando andavo in trasferta ero motivo di curiosità. Qualche risolino, qualche parolina di troppo si sentiva, ma non c’era il razzismo esasperato di oggi. I compagni poi mi tutelavano e se c’era qualcosa che non andava per il verso giusto, bastava un’occhiata di Picchi per mettere tutti in riga».
Altri tempi davvero, dove il colore della pelle aveva un’importanza relativa, creava curiosità, era forse un elemento folcloristico, ma mai disgregante e distruttivo come oggi. Fu proprio Jair ad aprire la strada perchè poco dopo arrivò in rossonero Germano (con risultati ben diversi, però, da quelli ottenuti dall’interista), poi il cileno Benitez e l’anno successivo i brasiliani Amarildo e Nenè. E il primo, come è giusto che sia, non può essere mai dimenticato.