Per James Bond colpo grosso al Casinò Royale

Maurizio Cabona

Primo romanzo di Ian Fleming con James Bond come protagonista, Casinò Royale (da oggi in edicola con il Giornale a 5,90 euro) è stato scritto nel 1953, quando Stalin era vivo e in Corea si combatteva. È uno dei libri più interessanti del ciclo, perché informa parcamente su Bond e soprattutto perché Bond è ancora un mortale, solo un po’ più mascalzone e fortunato di altri. Eppure dal romanzo è derivato il titolo - e poco di più - del peggior film di 007. La colpa non è di Fleming, morto nel frattempo, nel 1964.
Il film Casinò Royale (1967) è diretto da una raffica di registi: Val Guest, Kenneth Hughes, John Huston, Joe McGrath e Robert Parrish ed è interpretato da una triplice raffica di attori: David Niven, Peter Sellers, Orson Welles, William Holden, Charles Boyer, Woody Allen, Ursula Andress, Deborah Kerr, Dahlia Lavi, Barbara Bouchet, Jacqueline Bisset e perfino, per un attimo, Jean-Paul Belmondo e George Raft.
I produttori - non i soliti Saltzman e Broccoli - non erano riusciti a ingaggiare Sean Connery, già stufo di Bond, e avevano ripiegato su David Niven, uno degli attori che Fleming prediligeva per il ruolo. L’idea buona venne rovinata dalla cattiva: quella, memori del successo di Ciao, pussycat, di fare del film una parodia. A ciò s’aggiunse il comportamento di Sellers (che interpreta anche lui Bond, seppur con altro nome), tesissimo perché stava perdendo Britt Ekland.
Dimentichiamo dunque il film e ricordiamo il romanzo, che ora appare nella traduzione di Massimo Bocchiola e non più in quella d’epoca, di Enrico Cicogna. Casinò Royale è il più vicino dei libri fleminghiani alla cupa realtà dell’agente segreto, che non è un mestiere pulito. Inganni, tradimenti, assassini (licenza di uccidere suona bene, ma questo significa) sono lo sfondo della vicenda, che è da piena Guerra fredda. È il Fleming meno lontano da Le Carré o da Deighton. Chi ragioni secondo i dogmi del politicamente corretto di oggi si sorprenderà che la descrizione di Le Chiffre corrisponda a quella del cattivo, anziché del buono, come sarebbe obbligatorio oggi. Le Chiffre - apprendiamo dalle pagine di Fleming - è infatti stato segnalato ai servizi segreti inglesi per la prima volta «come deportato politico, ricoverato nel campo dei deportati di Dachau nel giugno 1945. Apparentemente colpito da amnesia e da paresi alle corde vocali (simulazioni?). Riacquista l’uso della parola dopo varie cure, ma continua a dire di aver perso la memoria, a eccezione di vaghi ricordi dell’Alzasia-Lorena e di Strasburgo, dove viene trasferito nel settembre 1945 con passaporto apolide. Assume il cognome di Le Chiffre (“Dato che sono solo un numero su un passaporto”). Età: circa quarantacinque anni. Altezza 1,72. Peso kg. 113 (...) Bocca piccola, quasi femminea. Denti falsi di qualità costosa. Orecchie piccole con lobi larghi, che rivelano la presenza di sangue ebraico. Fortemente sensuale. Genere masochista».
Non solo: l’apolide dalle orecchie piccole è diventato nel 1953 un noto sindacalista comunista in Francia, finanziato dai sovietici. Anziché nell’emancipazione del proletariato, ha investito però quei soldi nell’acquisto di una catena di postriboli, scelta infelice perché, casualmente, la Francia li ha proibiti subito dopo.
Per recuperare il denaro, Le Chiffre gioca al casinò dell’immaginaria cittadina francese di Royale, dove Bond deve sconfiggerlo a baccarat, rendendo palese la sua rovina finanziaria, in modo che la Smersh finisca il lavoro, uccidendo Le Chiffre. Apprendiamo anche qualcosa di Bond: «È un bell’uomo. Ricorda Hoagy Carmichael, l’autore di Polvere di stelle. Ma in Bond c’è qualcosa di freddo e di implacabile». Ma non scherza nemmeno Le Chiffre, «masochista» che tortura Bond con un battipanni - ancora lontana l’epoca del laser cinematografico di Goldfinger - che va e viene fra le parti basse dell’agente di Sua Maestà. Dalla Russia con dolore.