James Dean, un ribelle che divenne un mito

A 56 anni dall'anniversario della morte, esce per Odoya una biografia firmata da Donald Spoto sull'attore che è diventato un'icona pop e un simbolo per le giovanissime di molte generazioni

Cominciamo dal fondo. Da quel 30 settembre 1955 in cui moriva James Dean e nasceva un mito. Oggi, 56 anni dopo, di lui ci sono rimasti pochi ma celebri film che incorniciano il personaggio e il significato di quella vita finita anzitempo. Ma che ha acceso un mito. Appunto. Un mito costruito attraverso canzoni, arte pittorica. James Dean, l'icona pop. James Dean, l'emblema della modernità. Di un Novecento fatto di emarginati ed emarginazioni. Di sfide per riscattare povere origini. E di una morte eclatante. Eroica quanto disattesa. Disgraziato preambolo dell'ennesima sfida. Quella in auto. In una vita che sembra incrociarsi drammaticamente con il grande schermo. Con una «Gioventù bruciata» che si spense a Cholame, quel 30 settembre. Così come si spegneva nel film. Storie di ribelli. James Dean, ribelle dalla sua vita faticosa. Dalla morte prematura della madre. Dal difficile rapporto con il padre. Ribelle senza causa. Come il titolo originale di quella pellicola di Nicholas Ray che ha fatto il giro del mondo. E ha lanciato quel giovane volto nell'immaginario collettivo. Senza confini. Proiettandolo sui miliardi di manifesti appese nelle camerette di adolescenti sognatrici.
A ricordarlo arriva ora un volume importante, «Rebel», (Odoya, pp. 336, euro 20) opera di Donald Spoto, eccelso biografo di Hitchcock, Ingrid Bergman, Audrey Hepburn, Laurence Olivier. Una scrittura cinematografica che incornicia James Dean per quello che effettivamente era. Filtrato dai racconti e dalle immagini che di lui ne hanno fatto Liz Taylor, Ursula Andress e i suoi registi, Elia Kazan e Nicholas Ray. Un mito nato su un uomo che era un crocevia di opposti, apparentemente inconciliabili. Intimorito e arrogante. Scapestrato e riservato. Spaesato e audace. Come i bolidi che amava. Come le macchine che guidava. Come la fiducia nel prossimo. Si dice che un attimo prima di quello schianto mortale, mentre il conducente dell'altra auto si apprestava a girare a sinistra tagliandogli la strada, Dean avesse confidato al meccanico seduto a fianco: «Ci vedrà... Quel ragazzo dovrà pur fermarsi». La maledizione di quella tragica notte tra il 29 e il 30 settembre volle che tutti morissero fra atroci sofferenze. Il giovane di 23 anni che causò l'incidente, Donald Turnupseed, se ne andò per un cancro al fegato, il meccanico di Dean si spense anch'egli in un incidente stradale in Germania. Era il 1981 e in passato aveva tentato molte volte il suicidio.
James Dean ha lasciato una lunga scia di immagini dietro di se, omaggio a quella passione sconfinata di farsi ritrarre in fotografia. Ogni posa. Ogni contesto. Inclusa la bara funebre. Nelle immagini immortalate da Andy Warhol. Nei fotogrammi dei suoi film. Con quella sigaretta in mano. E lo sguardo di sotto in su. Oltre a quei primati unici che difficilmente qualcuno eguaglierà. La nomination. Fu il primo ad aver ricevuto una nomination postuma all'Oscar e il solo (con Troisi) ad essere stato candidato a due Oscar postumi. Ma vinse - sempre dopo la sua morte - solo il Golden Globe come miglior attore.