James Sveck, un giovane Holden al contrario

James Sveck ha diciotto anni, un’estate da trascorrere nel passaggio tra il liceo e l’ingresso alla prestigiosa Brown University, cui è sempre più determinato a non andare, un’insofferenza al limite della misantropia per i coetanei, prevedibili e noiosi, e una famiglia chic e scombinata che sembra creargli più problemi di quanti non ne risolva.
La madre Marjorie è appena tornata da una disastrosa luna di miele a Las Vegas, dove ha mollato il terzo marito, sposato soltanto tre giorni prima; gestisce la galleria d’arte che ha aperto per buttarsi sul lavoro, in cui espone le opere di un presunto artista giapponese, bidoni della spazzatura decorati con pagine della Bibbia e del Corano; si intossica di audiolibri new age e ha ingaggiato un «allenatore dell’anima». Il padre Paul è un avvocato di successo che non vede molto oltre i corridoi del prestigioso studio legale in cui vive. La sorella Gillian frequenta un pretenzioso corso di scrittura autobiografica e intrattiene una relazione con il professore di teoria del linguaggio Rainer Maria.
Il quadretto newyorkese in tono Woody Allen per fortuna è umanizzato dalla nonna Nanette, una delle pochissime persone con cui il ragazzo si senta davvero a proprio agio. Vive in un vecchio villino in stile Tudor, circondata da oggetti che parlano di un mondo sobrio e curato, crede nella forma e nell’educazione alla sofferenza, e soprattutto ha la rara capacità di ascoltare (in contrasto con la supponente psichiatra Rowena Adler, che secondo le ingenue e superficiali intenzioni dei genitori dovrebbe aiutare James a superare non si sa quali problemi). È alla nonna che il nostro confessa di non desiderare altro per sé che di acquistare una vecchia casa con veranda nel Midwest usando i soldi che la famiglia spenderebbe per l’università, trovarsi un lavoro qualsiasi, e poter passare il tempo a leggere Trollope, insieme a tutta la letteratura che gli anni del liceo gli hanno rubato.
James sarà pure coriaceo e irragionevole come ogni adolescente, ma la sua è un’autentica, anticonformista voce fuori dal coro, con la sua quieta ricerca di fuga dal clamore e dai canoni cui dovrebbe uniformarsi onde non destare sospetti. La tenerezza che ispirano i suoi desideri semplici e la sua inconscia ricerca di affetto, i sorrisi che suscita con le sue manovre goffe e spontaneamente d’altri tempi, ne fanno un anti-eroe indimenticabile, ingiustamente accostato a quell’Holden Caulfield che si aggirava sbandato per la stessa città interrogando anatre e dormendo dove capitava, e che Cameron pare divertirsi a citare al contrario. James, per sfuggire a un’insopportabile adunata di giovani promesse della nazione invitate a Washington, si rifugia in un hotel a quattro stelle che paga con la carta di credito della madre, e in generale sfoggia un conservatorismo inarrivabile, ma quanto ci è simpatico nella sua quotidiana lotta alla mediocrità!
Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron (Adelphi, pagg. 206, euro 16,50, traduzione di Giuseppina Oneto) è il motto preso in prestito da Ovidio che sovrasta il campo di vela per adolescenti difficili cui per errore è finito, e che sigilla tutta l’ironia, il garbo e la struggente malinconia di questo splendido libro.