James Taylor

«Che nostalgia la California anni ’70. I nostri brani non passano di moda perché raccontano sogni»

da Londra

È l’ultimo romantico d’America. James Taylor, sopravvissuto alla diaspora degli hippie, cowboy vagabondo sotto la tutela dei Beatles, cantautore colto che ha impreziosito le sue canzoni con le spezie armoniche più ardite. Lo ha fatto attraverso una vita giocata sui contrasti: lasciando la solatia California per le brume londinesi, parlando di amore e speranza mentre il tarlo dell’eroina lo trascinava all’inferno, risorgendo con una visione realista ma serena del mondo. «Il segreto dell’artista è far convivere passato, presente e futuro senza perdersi per strada», dice. Confermando il suo ruolo di bardo moderno, ora torna alla formula voce e chitarra pubblicando il cd One Man Band; festeggia con Carole King i cinquant’anni del mitico Troubadour (la mecca dei cantautori) con uno spettacolo che presto uscirà in dvd; ha in cantiere due nuovi album e in febbraio partirà in tournée approdando nei teatri italiani e in tv a Quelli che il calcio.
C’era un Taylor con capelli lunghi, baffi e jeans sulla copertina di Mud Slide Slim; oggi ce n’è uno con capelli corti e camicia bianca...
«Una continua crescita. Negli anni Settanta sembrava facile dire: “faccio il cantautore”. Eravamo un gruppo di amici che cercavano di cambiare le regole. Volevamo cambiare il mondo, un’utopia, ma nel nostro piccolo qualcosa abbiamo fatto. Vivevamo insieme contro le convenzioni, e i testi delle canzoni, messi in pratica, erano piccole parabole che potevano dare un po’ di consolazione ai giovani. Io ne so qualcosa».
Ci racconti.
«A livello personale le canzoni mi hanno dato molto. Quando Carole King ha scritto You’ Ve Got a Friend ero davvero a pezzi, e quella dichiarazione d’amore e di amicizia, mi ha aiutato a risorgere. Quel testo così semplice è una preghiera».
Com’è stato ritrovarsi ora in concerto con la King?
«Una festa. Carole ha cambiato il volto del cantautorato femminile. Più che un concerto è stato un dialogo. Un inno alla California. C’erano tre telecamere e presto uscirà il dvd».
Però lei per far decollare la sua carriera è emigrato a Londra.
«All’epoca il rock and roll era finito. Al posto di Elvis c’erano tanti zombie e il movimento hippie, con la fantastica musica di Grateful Dead e Hendrix, era in crisi. In Inghilterra c’erano i nuovi suoni. Così dissi addio ai miei e arrivai a Londra armato di sola chitarra, come fecero Paul Simon e gli America. Ebbi fortuna. Suonavo nei locali e conobbi i Beatles, da allora la mia vita cambiò».
Fu uno dei primi artisti a incidere per la Apple.
«I Beatles, che maestri di vita. Ricordo con stupore quanto fossero famosi e al tempo stesso disponibili. Harrison mistico, Lennon intellettuale, Ringo divertente e poi Paul il romantico. Siamo molto amici e prima o poi organizzeremo un duetto».
Quindi con lei l’industria discografica è stata generosa.
«Sono fiero che le mie canzoni abbiano lasciato il segno. Spesso ho incontrato persone che hanno approfittato di me. Spesso mi si dice: chissà quanti soldi hai guadagnato. Non mi lamento, ma agli esordi mi obbligarono a cedere i diritti di brani come Carolina In My Mind e Fire and Rain, però l’importante è il messaggio che continuano a veicolare».
E il ritorno in California?
«Irripetibile. La nascita del country rock anticipata dai Byrds e dai Buffalo Springfield di Neil Young e Stephen Stills. Diventammo una grande comunità, impegnata e al tempo stesso gioiosa con la regina Joni Mitchell, l’intellettuale Jackson Browne, il duro Lowell George, il poliedrico Ry Cooder, gli Eagles. Le nostre canzoni non passano di moda perché sono vere, sono nate da una società in evoluzione e ne raccontano i sogni».
I pro e i contro di quell’epoca?
«Troppo entusiasmo ha portato a grosse delusioni. Da sopravvissuto posso dire che la droga mi ha distrutto la vita, e la vita è un bene troppo prezioso per rovinarlo. L’eroina brucia l’essenza dell’essere umano. Inutile dire di non conoscerne gli effetti. La droga è vecchia come l’uomo, se ci cadi devi saperla vincere. Io ne sono uscito nel 1983 perché, anche mezzo morto, ho continuato a suonare e comporre».
Progetti?
«Due nuovi cd per l’anno prossimo; una raccolta di classici country con brani come Memphis Tennessee e Summertime Blues e un disco di inediti tra folk e r’n’b. Poi la tournée mondiale».
Anche lei, come McCartney e la Mitchell, incide per una multinazionale come la Starbucks. O tempora o mores.
«La Starbucks si occupa della musica con la passione che spesso i discografici non hanno. Non ho preconcetti. Faccio le mie battaglie per l’ambiente ma sono un cantante non un politico, i miei riferimenti sono Hank Williams, Ray Charles, Leadbelly, Gershwin, Miles Davis: è a loro che devo rendere conto».