James&Co., ritratti di signori

«Un incontro casuale» di Rachel Cohen: tra saggio biografico e riflessione letteraria, le vite intrecciate di scrittori e artisti americani. Da Mark Twain a Baldwin, da Lowell ad Avedon

Walt Whitman aveva una pelle così rosea che veniva voglia di mangiarselo. William Dean Howells, l’uomo forse più influente di tutta la storia letteraria americana, scriveva così tanto che il pollice gli si ingrossava e il polso gli andava fuori posto. L’autobiografia di Ulysses Grant, l’eroe degli unionisti e poi presidente degli Stati Uniti, per Mark Twain eguagliava i commentari di Giulio Cesare. Il piccolo Henry James, in posa di fronte all’apparecchio fotografico di Brady, sta ricordando che Thackeray lo ha preso in giro per i numerosi bottoni della sua giacchina. Lo stesso James, da grande, digeriva male e in tasca si teneva sempre qualche biscotto. Hart Crane, inguaribile ubriacone, fu stregato dalla bellezza del volto di Chaplin, un gran sadico. John Cage e la moglie di Duchamp si incontravano periodicamente per giocare a scacchi. Duchamp stava a guardare e ogni tanto, scuotendo la testa, diceva: «Come giocate male!». Marianne Moore (chi l’avrebbe detto?) era una fan di Cassius Clay. James Baldwin si metteva a scrivere solo quando cominciava a sentirsi ubriaco. Norman Mailer, che marciò contro la guerra in Vietnam, attaccò la moglie con un temperino e per poco non la mandò al creatore...
Queste e altre infinite bizzarrie troviamo nel bellissimo libro di Rachel Cohen Un incontro casuale. Le vite intrecciate di scrittori e artisti americani (1854-1967) (Adelphi, pagg. 502, euro 30; traduzione di Stefano Manferlotti). A metà tra saggio biografico e riflessione letteraria, è fondamentalmente un racconto della tradizione americana, e in quanto tale entra a sua volta a pieno titolo in una tradizione: quella dei libri, antichi e recenti, che dell’America hanno cercato di celebrare i tratti più caratteristici e originali.
Si parte, quasi troppo scontatamente, con Henry James e si finisce con Richard Avedon, il fotografo. Si incontrano anche altre celebrità della fotografia: Mathew Brady (il Nadar americano), Edward Steichen, Alfred Stieglitz. Qua e là il testo incorpora perfino alcuni splendidi ritratti: il già ricordato Henry James bambino, appoggiato al padre (foto di Brady), lo stesso Brady (autoritratto), Robert Lowell (foto di Avedon), che sembra che abbia appena preso la scossa, Marianne Moore (foto di Avedon), già quasi ottantenne, che tiene un fascio di rami e porta un mantello svolazzante, come una delle fatine della Bella Addormentata.
L’enorme massa di notizie, di informazioni e di considerazioni che Rachel Cohen ha raccolto nel corso di laboriosi anni è organizzata per capitoli che mettono in relazione due o tre personaggi. Il principio su cui si basa ogni capitolo (o forse dovremmo dire saggio, avendo ogni capitolo una sua autonomia) è l’incontro, e questo può essere più o meno lungo, durare una sera o un certo numero di anni, o fornire un semplice pretesto al racconto di episodi, aneddoti, faits divers variamente intrecciati. Certi personaggi - i numi, bianchi e neri, maschi e femmine, omo ed etero, e qualche zitella - compaiono in più saggi (Henry James, Walt Whitman, Mark Twain, Willa Cather, Hart Crane, Gertrude Stein, Langston Hughes, Elizabeth Bishop, Robert Lowell, James Baldwin, Marianne Moore), e questo dà al libro una struttura prismatica di grande fascino, ne fa una specie di web. Lo stesso nome, lo stesso volto è analizzato cubisticamente secondo i diversi rapporti, i diversi incontri che lo hanno segnato, per cui il ritratto, un po’ come nel più famoso romanzo di James, si compone solo attraverso la somma di più prospettive. Bisogna sempre essere grati a chi ci presenta le persone non come crede che siano ma come pensa che si rivelino con gli altri, di volta in volta, nel comportamento.
Un incontro casuale, di per sé, è un frutto di quella stessa tradizione americana che l’autrice intende onorare. Tipicamente americana è l’idea di incontro, di confronto e scontro tra personalità, perché, se vogliamo generalizzare, propria dell’America, dell’artista americano non è l’introspezione, ma la competizione. Ogni incontro è, più o meno scopertamente, una gara. Spesso manca il vincitore, ma nessuno dei due è disposto a salire sul podio del perdente. Non si può dire che questi incontri siano amicizie, almeno non nel senso europeo in cui furono amici Flaubert e Maupassant, Gide e Klaus Mann. Agli americani ripugna proprio il rapporto tra maestro e discepolo, come si constata ancora nelle aule universitarie. Di tradizione si può sì parlare, ma non nei termini sacri della dipendenza del più giovane dal più vecchio, o del meno bravo dal più bravo. In America non potrà mai esserci classicismo. Per quanto stretto un rapporto, per quanto capace di influenzare sia l’una che l’altra parte, ciascuno fa per sé. Norman Mailer si considera il più grande scrittore americano. E, vero o falso che sia, non è presunzione.
Americana, in Un incontro causale, è anche la tendenza a collocare l’autore o più generalmente l’artista nella realtà, sociale e privata. Ogni pagina del libro è piena d’un raro amore per le persone, per le situazioni, e dell’entusiastica volontà di presentare le persone in carne e ossa, con la loro faccia, la loro voce, ma soprattutto come sono state in certi momenti e forse mai più dopo. Ancora oggi da noi si sente ripetere che la vita dell’autore è nella sua opera. Un americano facilmente, e condivisibilmente, potrebbe affermare il contrario: che l’opera è nella vita, e lì va rintracciata, perché non c’è momento della vita vissuta in cui l’opera non impegni la mente e lo spirito dell’artista: al cocktail come a un incontro di pugilato, nel campus di Harvard, dove la giovane Gertrude Stein passeggiava con William James, o davanti al mirino del fotografo. In fondo è ancora il culto romantico dell’artista, ma quanto rinnovato.
In conclusione, che razza di tradizione è la tradizione americana per Rachel Cohen? Senza dogmatismi o fanatismi, senza proclami, innalzando un edificio di frammenti di specchio, il libro rende chiarissimo un concetto: che l’America è terra della sperimentazione. Per questo un Duchamp - che alla fine va considerato americano quanto una Stein - la preferì all’Europa. Lì, in America, nessuno si sentiva inferiore a Shakespeare. E proprio per quel bisogno di sperimentare la Stein poté affermare il finto paradosso: «Siamo il Paese più vecchio del Ventesimo secolo».
La Cohen, per fortuna, non è malata di avanguardismo. La sua idea di sperimentazione non assomiglia in nulla alla baldanza goliardica dei sedicenti iconoclasti. Dei beat, non a caso, nel libro non si trova traccia (né, cosa più notevole ancora, si parla di due innovatori come Eliot e Pound.) Nella visione della Cohen la ricerca del nuovo, se costa la tranquillità mentale, perfino la vita a molti di quelli che la perseguono, mira direttamente alla pace e al benessere. Uno spettro si aggira per queste formicolanti pagine. Anzi due: la guerra civile e la guerra del Vietnam. La Cohen, che vede in entrambi i conflitti il risultato e la causa di una medesima follia, sembra convinta che l’arte e gli artisti possano contrastare le forze della «disgregazione sociale». Lowell sarà anche stato pazzo e depresso, ma, per non andare in guerra, finì in galera. Vogliamo dargli torto?