Jamie Foxx guastatore in Arabia

«The Kingdom» parla di conflitti di civiltà ma lascia il giudizio allo spettatore

La chiave di The Kingdom (Il regno) di Peter Berg è nella frase sussurrata all'orecchio due volte, all'inizio e alla fine del film, per consolare chi ha subito un grave lutto. A pronunciarla e ad ascoltarla sono persone di razze, nazioni, religioni, culture diverse; l'effetto è lo stesso, ma non è la pace.
Prodotto da Michael Mann e scritto da Matthew Michael Carnahan, The Kingdom evoca il confitto di civiltà come dato di fatto: non l'esalta, non lo condanna. Prende solo atto che lo spettatore del film sarà americano o comunque occidentale o occidentalizzato e tenga per i suoi. In effetti è improbabile che questo film sull'Arabia Saudita vi possa esser proiettato, per la sua polemica contro le locali autorità. Per quanto alleata degli Stati Uniti, l'Arabia è pur sempre un Paese che non ama Israele, che a suo modo è anch'esso un Regno - non più quello latino, ma ebraico - di Gerusalemme, principale agente degli Stati Uniti in un'area dove molte concezioni del Dio unico s'intrecciano a molti interessi del combustibile quasi unico: il petrolio. Carnahan s'è ispirato a un attentato del 1996, ma il film si svolge oggi. Vediamo così che in Arabia arrivano agenti dell'Fbi, irrispettosi delle procedure internazionali da seguire in un Paese alleato, non soggiogato. Il capo del gruppo (Jamie Foxx) agisce come se si trovasse nel cinquantunesimo Stato dell'Unione e la sua disinvoltura sarà premiata dal successo, ma sarà pagata cara da popolazione e agenti locali. E così i fautori della vendetta saranno origine di una controvendetta... In tale ambiguità sta la forza del film. Ognuno leggerà come vuole, facendoselo piacere.

THE KINGDOM di Peter Berg (Usa, 2007), con Jamie Foxx, Chris Cooper, 110 minuti.