Jan Ham

Ungherese di Gyongyos, dove nacque nel 1781, era figlio di un calzolaio. Studiò in seminario a Eger e nel 1804 venne ordinato sacerdote. A solo ventitré anni diventò professore di Teologia. Nel 1817 fu canonico della cattedrale e rettore del seminario. Undici anni dopo era vescovo di Szatmar. Divenne celebre come predicatore ma confessava personalmente i fedeli, amministrava l’estrema unzione ai moribondi, sostituiva i parroci ammalati. Viveva monasticamente, con lunghe ore di adorazione al Sacramento, preghiere notturne, messa all’alba, uso del cilicio. Nel 1847 restò vacante la sede di Esztergom, che era quella del primate d’Ungheria, e l’imperatore Ferdinando V fece pressioni perché il posto andasse a lui. Così, lo Ham si ritrovò nel bel mezzo dei moti del 1848 che cercavano di staccare l’Ungheria dall’Austria. Si comportò nell’unico modo che conosceva, da buon pastore, e creò ospedali per i soldati feriti. Il risultato fu che divenne la bestia nera dei liberal-massoni e spiacente anche agli austriaci, che avrebbero voluto uno più tosto nel difendere la causa monarchica. Non solo. La conferma della sua nomina da Roma tardava (infatti Roma aveva altre gatte da pelare, visto che il papa era dovuto scappare a Gaeta) e gli indipendentisti facevano il diavolo a quattro perché non lo volevano neanche dov’era prima. Si autoesiliò allora a Vienna in un convento di cappuccini. Ritornò a cose finite nella sua vecchia sede, dove morì nel 1857. La sua causa ebbe una sorte simile perché dopo la Grande Guerra la sua diocesi passò sotto la Romania, la cui storia successiva è nota.