Jane Birkin, icona della trasgressione ora diventa una donna fragile

La Birkin rivela: «Per girare Boxes ci ho messo dieci anni» Un’attrice dalla vita spericolata sulla scena fin dal 1965

Cannes - In Boxes, ovvero Scatole, ha i capelli corti, è struccata, indossa un paio di pantaloni militari e una camicia da uomo, un che di sofferto e stanco nei lineamenti da cui la libera solo quell'incantevole modo di sorridere, gli occhi che si fanno minuscoli, la bocca che sembra invadere il viso... Alla Montée des marches la capigliatura è la stessa, ma l'abito è elegante e alla festa sul cargo Prometej, data in suo onore da Ferretti, chi scrive se la ritrova a fianco e non si stanca di guardarla, il fisico flessuoso, il riso infantile, un corpo androgino eppure pieno di femminilità, l'eleganza naturale di chi è nata bene, ha vissuto molto, di certo ha sofferto, ma non si è mai data per vinta. Jane Birkin a Cannes è un pezzo di storia di Francia e anche per questo, nel film presentato nella sezione speciale dedicata a celebrare i sessant'anni del Festival, può permettersi di raccontare la sua vita.

Per chi si era abituata a considerarla un'icona della libertà, dell'indipendenza e delle spregiudicatezza, Boxes è una sorpresa. Racconta una donna insicura, sempre piena di sensi di colpa e di dubbi, sofferente per ogni abbandono sentimentale, eternamente alla ricerca di chi incarni per lei la figura paterna, un padre amato e forse idealizzato, pietra di paragone per futuri compagni, mariti, amanti, sempre inferiori alle attese. E anche quell'immagine di eterna giovinezza, di corpo e di spirito, e come indipendente dall'età, scompare di fronte al racconto di chi a un certo punto della propria vita teme di essere diventata inutile: non può più fare figli, ha avuto un brutto male, si ritrova sempre più sola. «Per fare questo film mi ci sono voluti dieci anni. Non trovavo nessuno disposto a scommetterci sopra... Alla fine l'ho girato in tre settimane, gli attori hanno accettato compensi insignificanti, così come il resto della troupe... Cannes è una bella rivincita».

Michel Piccoli come immagine paterna e Geraldine Chaplin in quella della madre, Maurice Benichou come alter ego di Serge Gainsbourg, Natasha Reigner interprete di Kate, la prima figlia avuta dal compositore John Berry, Lou Doillon, la figlia di Jane e di Jacques Doillon, che rifà Charlotte, ovvero la figlia di Jane e di Serge, Adèle Exarchopoulos che rifà Lou, Boxes è il complicato racconto di una donna, tre mariti, tre figlie, la speranza di un nuovo amore... «C'è una frase del film che spiega molto: “Quando si mette al mondo un bambino non nasce con allegate le istruzioni per l'uso. Te la devi sbrogliare da sola”. E così stai sempre a chiederti se quella che fai è la cosa giusta o l'ennesimo errore».

Girato in Bretagna, nella sua casa del Finistere, Boxes è insomma la confessione in piena regola di chi, avendo vissuto la vita a passo di carica, si ritrova a un certo punto a chiedersi se non ha corso troppo e senza mai domandarsi se ci fosse davvero un traguardo da raggiungere. Sulla scena la Birkin c'è dal 1965, allorché esordì, quindicenne, in The Knack (Non tutti ce l'hanno) di Richard Lester, Palma d'oro quell'anno al Festival di Cannes, il film delle Sixties Girls e della Swinging London... A vent'anni è già sposata, separata e ha una figlia, ha girato nuda in Blow up di Michelangelo Antonioni, ha appena incontrato Serge Gainsbourg, di lì a poco sarà il tempo di Je t’aime moi non plus... È avvenuto tutto per caso, senza che dietro ci fosse la volontà di intraprendere una carriera, l'aver voluto uscire giovanissima da casa, e però l'averlo fatto da giovane donna sposata, perché così esige un padre che ci tiene alle forme e alle regole sociali... Nel tempo verranno qualcosa come cinquanta film come attrice, due come regista, sei spettacoli teatrali, una dozzina e passa di dischi, la trasformazione a icona di uno stile, il suo, con Hermès che le dedica una borsa, con le ragazzine che si abbigliano alla sua maniera, un misto di sciatteria e di eleganza.

Nel film, oltre al padre, è quest'ultimo il personaggio più amato e più rimpianto, un misto di gioia di vivere e di autodistruzione, di eleganza e di abbrutimento. Non ne ha mai parlato, non ne ha mai scritto, e forse la scelta cinematografica, nel suo mischiare realtà e fantasia, le ha permesso il distacco necessario per raccontare una storia d'eccezione, una specie di corpo a corpo, specie alla fine, con la disperazione.

Naturalmente, Boxes può anche essere visto «come la storia di una donna, semplicemente. È autobiografico, ma non è solo la mia vita». E in effetti è una sorta di commedia degli addii, il bilancio femminile, umano e sentimentale nel momento in cui ciò che è stato diviene sempre più lungo e ingombrante, fonte di rimpianti e di rimorsi, ciò che è risulta instabile e tremendamente fragile e ciò che sarà breve come un sospiro. Nessuno si rassegna a invecchiare e il trauma è ancora più forte per chi nella vita non aveva mai avuto il tempo per pensare a un'eventualità del genere. Va detto, a difesa della Birkin, che, vista da vicino, ci metteremmo in molti la firma per invecchiare come lei.