Jane Fonda: non mi perdono di essere stata «Hanoi Jane»

L’attrice, 69 anni, parla della sua autobiografia «La mia vita finora», in Italia pubblicata da Mondadori

Pedro Armocida

da Roma

«Non ero né carne né pesce. Ero una celebrità? Un’attrice? Una madre? Un’attivista? Una leader? Chi ero?». Pensieri e parole di Jane Fonda appuntati proprio a metà della sua ponderosa, e a tratti toccante, autobiografia, 600 pagine appena pubblicate da Mondadori col titolo La mia vita finora. Un’esistenza scandita dal difficilissimo rapporto con il padre, il leggendario Henry Fonda, dal suicidio della madre, e poi i problemi con il sesso, l’età della bulimia, la lotta per i diritti civili delle donne e dei neri, l’attivismo contro la guerra del Vietnam, ora l’impegno a favore dell’educazione sessuale tra i giovanissimi, i tre matrimoni con uomini fin troppo diversi (il regista Roger Vadim con cui ha sperimentato le più aperte intese sessuali, anche di gruppo, il politico Tom Hayden, il magnate Ted Turner che le ha regalato per i suoi 60 anni qualcosa come dieci milioni di dollari per la sua Fondazione). Nata il 21 dicembre del 1937, data che segna l’incipit del libro, Jane Fonda ha due figli ed è felice di essere entrata in quello che lei teatralmente definisce «terzo atto» in cui - spiega, interessante e bella come sempre, seduta sul sofà d’un albergo romano - «sono in grado di riconoscere e accettare le rughe che mi si sono disegnate sulla pelle e le cicatrici che ho sul cuore».
Oggi, alla soglia dei 69 anni, chi è Jane Fonda?
«Una cristiana femminista. E non è una contraddizione».
In che senso?
«Il femminismo è certamente compatibile con l’insegnamento cristiano. Gesù ha celebrato la grandezza delle donne. Ma sono solo all’inizio di questo percorso e sto cercando di approfondire il mio rapporto con Cristo».
Nella sua autobiografia riesce a mettere completamente a nudo la sua anima...
«Mi sono resa conto che avevo una storia da raccontare. Sotto la scorza della notorietà c’era un percorso umano dalla valenza universale che avrebbe potuto aiutare anche altre persone».
Cos'è che non ha funzionato nei suoi matrimoni?
«Ho sempre avuto la malattia di compiacere gli uomini e di essere perfetta. Ma nessuno di noi lo è, così puntualmente non sono riuscita a mantenere un uomo al mio fianco».
Ora è nelle sale con Quel mostro di suocera accanto a Jennifer Lopez. Com’è cambiata Hollywood?
«I film costano così tanto che devono avere un grande successo al botteghino. Di conseguenza c’è meno spazio per quelli non commerciali. Un film come Tornando a casa oggi non verrebbe mai realizzato».
Perché quindici anni di assenza dal cinema?
«Avevo preso la decisione di non fare più l’attrice perché ero una donna infelice. Badavo solo ai problemi legati alla mia mente e così non potevo essere creativa. Oggi sono una donna diversa e mi sono lanciata in quest’impresa per ritrovare la gioia d’un tempo».
Che è legata a quali film?
«Una squillo per l'ispettore Klute, con cui ho vinto il primo Oscar e che ha rappresentato l’inizio d’una coscienza femminista. E poi a Sul lago dorato perché è stata l’unica volta accanto a mio padre e a Tornando a casa (altro Oscar, ndr)».
Attore preferito?
«Robert Redford, è straordinario. Ci ho girato tre film e ogni volta me ne sono innamorata».
Il ricordo più dolce di suo padre?
«Verso la fine, quando era in terapia intensiva all’ospedale. Gli massaggiavo i piedi. Non so dove trovai il coraggio per farlo perché non ero abituata a toccarlo. Pensavo che dormisse e che non si fosse accorto della mia presenza. Quando feci per uscire, sentii una voce flebile che mi diceva: non fermarti».
E quello più brutto?
«Tanti, purtroppo. Io lo ammiravo, ma aveva veramente un brutto carattere. Non sono mai riuscita a parlare con lui più di mezz’ora. Era capace di essere gentile con dei perfetti sconosciuti ma non con me».
Al tempo del Vietnam è stata definita negli Stati Uniti una traditrice.
«Ecco, di tutto ciò che ho fatto in vita mia non rinnego niente. Tranne una foto, scattatami in maniera subdola, che mi ritrae su un cannone della contraerea nordvietnamita. Da lì nacque il nomignolo “Hanoi Jane” che tutt’ora mi perseguita. Mi pesa sul cuore come un macigno. Non me ne libererò mai».