Janis Siegel a cavallo tra jazz e pop

Antonio Lodetti

Bel canto chiaro e sfrangiato, modulato con classe, con quel tanto di partecipazione emotiva che rivela sensibilità senza però sconfinare nella profondita interpretativa delle grandi del jazz. Diverte ed è molto brava Janis Siegel, una delle eclettiche voci dei Manhattan Tansfer che sempre più spesso si concede sortite soliste. In tour in Italia - ha cantato tra l’altro al Vicenza Jazz Festival e al Blue Note di Milano - diverte con un delizioso programma di riletture che pescano un po’ ovunque nel mare magnum della musica moderna. La Siegel - che riconosce le sue radici nel pop, seppur in quello nobile di Barbra Streisand e Johnny Mercer, e nel jazz di John Coltrane - riesce a patinare con estrosa eleganza brani come Too Damn Hot di Cole Porter e My Ship di Kurt Weill mettendoli accanto a ballad jazz di Tadd Dameron o Hampton Hawes (Whatever Possessed Me e Jackie)e a «song» moderni come Hidden Place di Bjork, Caramel di Suzanne Vega e Make It Better del nuovo astro soul Raul Midon. Ben supportata dal suo trio crea climi ed atmosfere molto diverse senza disunirsi, mantenendosi lucida e intelligentemente ambigua nell’equilibrio tra tradizione e birignao commerciale. Vivace e un po’ camaleontica - senza scivolare nella gigionesca spettacolarità che a volte caratterizza gli show dei Manhattan Transfer - la Siegel veste con gusto i panni dell’entertainer a tutto campo. Non lascerà tracce memorabili ma conosce il segreto per raccontare in modo solare e disincantato l’universo vocale americano.