Jannacci: "Oggi Gesù ci prenderebbe a sberle"

L’artista pubblica il suo primo dvd: "Non sono credente ma amo la
figura del Nazareno". E racconta: "La mia vita è l’ironia, non mi piace chi fa il
comico usando il sarcasmo offensivo"

Milano - «La vita è una condanna a morte». Bum! Rimbomba come un’esplosione la frase lapidaria di Enzo Jannacci, che si porta dietro un inatteso carico di amarezza. Lui, così ironico e iconoclasta (senza però mai rinunciare alla battuta còlta) racconta a modo suo - senza filo conduttore - la sua vita e i suoi sentimenti mentre esce The Best. Dvd concerto. Vita e miracoli, il primo dvd della sua storia appositamente registrato al teatro Smeraldo di Milano.

Caro Jannacci, perché la vita è una condanna a morte?
«Perché la vita è sofferenza, sia perché è faticosa, sia perché alla fine ti attende inesorabile la morte».

E il suo rapporto con la religione?
«Non ho la fede perché non ci penso. Forse sono presuntuoso ma non mi pongo il problema se quando morirò andrò in Paradiso. Penso che alla fine uno si addormenti e gli altri piangano».

E allora come la pensa?
«In chirurgia di emergenza ho visto tanta gente morire, bambini, adulti, penso che bisogna stare vicino a chi soffre. Chi viene lasciato solo nella solitudine e nel dolore muore prima. Aiutarsi, parlare, anche d’amore possibilmente».

Quindi come si definisce?
«Non lo so. Però amo la figura del Nazareno. Gesù è la più grande figura storica di sempre. Lui diceva “Dio è amore”, ma non so se la Chiesa segua sempre i suoi precetti. È morto in croce, ma se tornasse ora prenderebbe a sberle tutti. Dico cose un po’ balzane e magari incoerenti, ma credo di essere nel giusto».

Intanto è uscito il primo dvd della sua lunga carriera.
«Ho portato la mia colonna sonora personale in casa della gente. C’era una strana euforia quella sera allo Smeraldo. Una grande regia, musicisti rodati, io in forma, tutto è filato liscio; quando il panettone è fatto bene si possono mettere meglio i canditi».

Adesso la aspettano anche i concerti.
«Con calma. Canterò il 18 aprile allo Smeraldo e l’11 maggio al Sistina di Roma. Poi forse farò la mia ultima tournée».

Come ultima tournée?
«Bisogna sapersi fermare. Ormai siamo rimasti solo io e Paoli. Un settuagenario come me ormai è quasi un malato terminale. Però finché avrò qualcosa da dire nelle canzonette, magari in modo bizzarro, alla mia maniera, continuerò a lavorare».

Però l’ironia oggi è importante.
«È fondamentale per affrontare la vita, per non prendersi troppo sul serio. Però ci vogliono anche i cantautori seri. Pensi se De André avesse fatto ridere. Odio invece il sarcasmo, chi usa l’umorismo greve per offendere gli altri».

Ha nostalgia dei tempi del Derby?
«Da un lato sì perché è stato un esperimento unico. Io formai il gruppo Il Motore con Toffolo, Andreasi, Lauzi, Cochi e Renato, Paolo Villaggio. Mica male no? Villaggio fu il primo ad andarsene perché Maurizio Costanzo gli offrì un bel po’ di soldi per fare 7 per 8. Dall’altro però si faticava di brutto. Cinque o sei spettacoli al giorno e il resto erano prove».

Dài non si lamenti.
«No, ma tutte le sere mi guardo allo specchio e ricanto Bartali perché dietro di me vedo solo una gran fatica».

Zelig è figlio del Derby?
«No, non sono parenti, sono cose diverse. Al Derby c’erano pionieri, giganti come Lino Toffolo. Ma anche oggi ci sono ottimi artisti: Gino e Michele sono cresciuti con una sete furibonda di cabaret. Quindi Bisio è un artista grande e completo. Albanese è l’unico che sa fare comicità pura, romantica e kafkiana. E poi tanti altri, come Vergassola, anche se non può puntare sempre sul personaggio sfigato con le donne. Comunque Dario Fo è sempre il grande maestro. E poi c’è Paolo Rossi. Insomma varie generazioni».

Lei ha animato il primo concerto di rock and roll italiano. Perché poi non ha seguito la strada di Beatles e Rolling Stones?
«Io e Gaber ci abbiamo provato. Eravamo I Corsari e suonavamo come gli Everly Brothers. Avremmo potuto essere gli Everly italiani ma io non capivo un’acca di inglese. Lui mi chiamava il suo partner e già quella parola mi innervosiva, sembrava un insulto. E poi il rock è roba muscolare: non volevo far fatica come gli Stones o gli Ac/Dc. Mi sono buttato sulle canzoni milanesi, che Cesare Zavattini ha definito dei piccoli film».

Quale delle sue canzoni la rappresenta meglio?
«Non saprei cosa dire, in fondo sono canzonette. L’uomo e l’età e Ti te se no, insomma quei brani che portano in giro, poesia spicciola e divertimento».

E quella che le piace meno?
«Quella che mi ha lanciato, Vengo anch’io no tu no. Mi hanno fatto cantare in modo burattinesco, con voce gracchiante, non mi piaceva per nulla ma è stato il mio colpo di fortuna».

Ma perché i suoi brani piacciono ancora così tanto?
«Appunto, forse perché sono piccoli film. La settimana scorsa ero in tram, mi si avvicina un ragazzo e mi dice: “Lei è Jannacci?”. Credevo mi prendesse a botte, invece dice: “Lo sa che sull’ipod ho Andava a Rogoredo?”. Gli ho risposto: “Sei matto”. Così ad un concerto altri giovani mi hanno detto: “Sei la nostra coscienza”. State freschi, ho pensato».