Jarre: «La tecnologia rende soli la mia musica riscopre il sesso»

Nuovo cd del compositore francese: «In Téo&Téa c’è la forza del ritmo»

nostro inviato ad Anversa

E certo che è strano ritrovarselo qui Jean-Michel Jarre, in questo piccolo studio tv sperduto in mezzo al nulla a pochi chilometri da Anversa, proprio lui che è l’uomo dei record, il musicista che ha allargato la musica fino all’infinito dove neanche il sole ha più luce. Buio. È quasi buio quando arriva sul palco in mezzo a un centinaio di fan chiamati da tutta Europa, preceduto da un deejay con un senso dell’umorismo molto belga e poco simpatico, e inizia a suonare, anzi a sdraiarsi pancia in giù sulle sue tastiere ultra techno, vere e proprie casseforti di effetti speciali che ha inventato e che solo lui sa aprire. «Però la tecnologia spesso ti inganna, è un miraggio che nasconde la realtà», aveva detto prima di questo showcase organizzato per battezzare il nuovo cd Téo&Téa (edizioni Warner Music), che è l’ultimo di una carriera lunga 35 anni ma il primo a riportare sulla Terra questo compositore etereo e celeste, bollato da Brian Eno come autore di «musica da sala d’aspetto» epperò glorificato da più di sessanta milioni di dischi venduti a ogni latitudine, Polo Nord compreso. Bum-pa bum-pa: sono ritmi da rave party di seconda generazione, quelli pensati per trentenni che corrono sui binari gettati secoli fa dai Kraftwerk o dai Can, con meno visioni e più chirurgia nel ritmo. «Mai scritto canzoni così movimentate, forse molto dipende da ciò che sto vivendo», dice prima di salire in scena. Jean-Michel Jarre ha 59 anni, è nato a Lione dal padre Maurice che mirava a Hollywood e, quando riuscì ad arrivarci, compose le colonne sonore di film come Dottor Zivago e Lawrence d’Arabia. I francesi, per contrappasso alla noiosissima grandeur, lo coccolano ma non troppo, questo strambo Jean-Michel che, da quando con Oxygene nel 1976 si è fatto conoscere ovunque, ha mescolato atmosfere rarefatte e vita sanguigna, ha scritto canzoni lunghissime senza mai cantarle perché non hanno parole, solo immagini. Neppure quando ha sposato Charlotte Rampling, o accompagnato Isabelle Adjani, la stampa francese si è esaltata. La sua è musica senza gravità, si alza spinta da sintetizzatori, da batterie e tastiere asettiche che i suoi due musicisti suonano (o fingono di suonare qui perché c’è il playback) e poi rimane lassù, troppo lontana per un pubblico mediterraneo ma del tutto in sintonia con quello nordico, con quello russo, con quello asiatico, con quello eccetera. Jarre è stato il primo a suonare a Pechino dopo Mao Zedong, il primo a raccogliere tre milioni e mezzo di spettatori durante un concerto a Mosca, l’unico che abbia inciso un album in una sola copia - poi distrutta davanti al notaio - per dimostrare che l’arte è un colpo solo, che si può anche fare a meno della moltiplicazione, della evanescente dispersione in milioni di copie. Tutto torna. «Se entri sul web, scopri che il vero problema della gente è trovare il compagno. Tutti sono soli: perciò c’è un’esplosione di chat. E il miraggio è che questi strumenti aiutino a sentirsi meno soli. Prendi i cellulari: ti danno l’impressione di poter parlare con tutti, ma se prima non hai stabilito un contatto umano, rimani muto». Bum-pa bum-pa. Per ritrovarsi insieme, la soluzione di Jean-Michel Jarre è l’incontro sul «dancefloor», è andare a ballare nei posti piccoli, più raccolti se possibile. «Ed è per questo - dice - che in tutta Europa suonerò solo nei club e anche a Milano per la prima volta porterò la mia musica davanti a poche centinaia di persone». Sarà un piccolo choc anche per lui, che è così abituato alla solitudine. E che qui, nel nulla di Anversa in mezzo a poche braccia alzate, picchia a tempo le dita sulla tastiera ma poi alza le braccia e va fuori sincrono come ingannato da quella strana cosa che è sempre, come si chiama?, la gravità.